Giuseppe Conte e Luigi Di Maio (LaPresse)
Giuseppe Conte e Luigi Di Maio (LaPresse)

Roma, 21 agosto 2019 - La foto di un giorno memorabile (in negativo) per il Movimento 5 Stelle è arrivata, ieri al Senato, sul far della sera. Quando l’ormai ex premier Giuseppe Conte ha terminato la sua replica e dai banchi grillini di Palazzo Madama è partito un applauso scatenato e un coro: "Giuseppe, Giuseppe". Come reduci da un derby finito male.

Crisi di governo, è il giorno della consultazioni. La linea del Quirinale

Nulla sarà più come prima. E le dimissioni di Conte segnano un punto di svolta per il M5s. La linea resta, al momento, quella tracciata nella villa di Marina di Bibbona di Beppe Grillo, dove si è deciso che la Lega non sarà più – "mai più", si dice nello stretto entourage grillino – un interlocutore credibile. "Salvini ha fatto la sua scelta quando, giorni fa, ha chiesto di tornare al voto, ha ammesso chiaramente di non voler più governare con il M5s – commentava, velenoso, l’ex ministro per i Rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro nelle stanze del Senato –, ha detto apertamente di non volere più il governo del cambiamento". E quando, in serata, la Lega ha ritirato la mozione di sfiducia, l’ortodossa Paola Taverna è sbottata in Aula: "Magico, un altro cambiamento: grande Salvini, vuole tornare con il Cav!".

Insomma, l’oramai ex titolare nel Viminale nel mirino. Tanto che Nicola Morra attacca duro nel suo discorso in Aula: "Salvini dopo che l’8 di agosto ha fatto sapere urbi et orbi che bisognava interrompere l’esperienza di governo ha avviato un tour, non un pellegrinaggio, ostentando il rosario. Ora in terra di Calabria ostentare il rosario, votarsi alla Madonna, dove c’è il santuario cui la ’ndrangheta ha deciso di consegnarsi significa mandare messaggi che uomini di Stato devono ben guardarsi dal mandare".

Il mondo a 5 Stelle, dunque, si avvia verso una settimana clou. Prima di salire al Quirinale, assemblea congiunta dei gruppi. La coesione è fondamentale e Di Maio, il leader, non è oggi nelle condizioni migliori per garantirla. C’era chi ipotizzava che possa essere Roberto Fico o il capogruppo al Senato, Stefano Patuanelli, a gestire la parte più delicata delle trattative, possibili, con gli altri gruppi a partire dal Pd. Ma il possibile processo a Di Maio, reo di aver dato troppo spazio al nemico Salvini, viene rimandato a momenti diversi. Le strade aperte: un governo politico col Pd, o l’appoggio a un esecutivo tecnico che metta a punto la Finanziaria e traghetti alle urne, orizzonte a quel punto lontano almeno sei-otto mesi. Nel primo caso, ovviamente, servirà un dialogo costruttivo con i dem zingarettiani mentre si vuole evitare il confronto diretto con l’altro Matteo, il senatore Renzi. Conte, giurano, non farà parte del futuro grillino anche se Di Maio gli ha dedicato, ieri, parole grondanti miele: "Grazie amico mio, hai salvato l’Italia da due procedure di infrazione. Sei una perla rara, un servitore della Nazione che l’Italia non può perdere". 

Insomma, adesso si apre un’altra partita senza Conte, ma con Grillo tornato in scena per evitare ai suoi il tracollo definitivo nei sondaggi e lo sguardo rivolto verso i dem. Le condizioni messe dalla segreteria dem, quella richiesta di una totale discontinuità, rappresentano un ostacolo sulla via di un accordo. "Se il Pd non vuole né Conte, né Di Maio per noi è un problema", raccontava ancora un altro esponente grillino di primo piano. Il problema principale dei 5 stelle resta comunque Renzi, che controllando ancora i gruppi parlamentari potrebbe far saltare tutto, di nuovo, nel giro di pochi mesi. Tanto che la prospettiva delle elezioni anticipate, per quanto da considerare davvero come l’ultima spiaggia, non è affatto da considerare esclusa in partenza.