Partigiani nelle strade di Roma (Ansa)
Partigiani nelle strade di Roma (Ansa)

Bologna, 25 aprile 2019 - Il 25 aprile è una delle date fondative della storia d'Italia. Una data dal fortissimo valore simbolico perché, piaccia o meno, significa il ritorno del nostro Paese alla democrazia. O, forse, segna l’ingresso del nostro Paese nella democrazia. Il problema, però, è la contestualizzazione. Fondamentale perché altrimenti non si capisce nulla. Mutuando il titolo di un libro, potremmo affermare che, se non si tratta di anni "belli", certamente siamo di fronte ad anni "formidabili". Lo testimoniano alcune date: 8 settembre 1943, 2 giugno 1946, 1 gennaio 1948. Vale a dire la fine di un equivoco (la guerra a fianco dei tedeschi nonostante la fine del regime fascista); la nascita della Repubblica con l’abolizione della monarchia; l’entrata in vigore della Costituzione nata dalla Resistenza con il libero esercizio (a sovranità più o meno limitata a causa della temperie internazionale) della dialettica democratica.

Il giorno della Liberazione e le polemiche

Ciò detto, quello che dovrebbe essere il basamento fondamentale della nostra identità nazionale continua a suscitare polemiche. Spesso strumentali, è vero, ma che comunque influiscono sul 'sentire' della nazione. Ce la potremmo cavare con la solita storia della 'memoria condivisa' o confutare tranquillamente chi considera il fascismo una fase come un’altra della storia nazionale. Ma non basterebbe. C’è, infatti, un piccolo particolare, rilevato da pochi studiosi, che impone una domanda. Perché si scrive '25 Aprile', e non XXV Aprile a numeri romani come, a esempio, il XX Settembre 1870, data della fine del potere temporale dei Papi? Perché un simbolo fondativo non viene espresso solennemente? Inconsciamente o meno, piaccia o non piaccia, perché il 25 Aprile resta qualcosa che non fa parte del patrimonio prima ancora culturale che politico di tutti. E non parliamo di quei tipi un po' così che parlano di "giorno di lutto" o amenità simili. Ma di uomini e donne che non 'sentono' la ricorrenza. Non siamo, insomma, uniti nel giudizio sulla Storia. Il che discende direttamente da una questione antica e, tutto sommato, irrisolta: quanta parte dell’Italia ha veramente "fatto" la Resistenza? E quanta altra ha "resistito" solo non aderendo al fascismo (né a quello di regime né a quello repubblichino)? Quanti sono stati, invece, sino alla fine a fianco di Benito Mussolini?

Resistenza e fascismo

Al di là delle appartenenze politiche, probabilmente, si può riaffermare con ragionevole certezza che la Resistenza non fu, come la vulgata del Pci ha affermato più volte, "guerra di popolo", bensì di poche e sceltissime élite. Inoltre, l’italiano medio se capì la natura sanguinaria del regime fascista e di quello di Salò poi, cercò sempre di trovare una via d’uscita per i propri guai, senza andare troppo per il sottile e che le feste erano per la fine della guerra e non solo per il ritorno della democrazia. Che il fascismo fu sì sconfitto, ma certamente non sparì come dimostra la nascita, appena finita la guerra, di un partito, il Msi, che ne ereditò buona parte di spirito e simboli. Tutte riflessioni che sembra incredibile non siano state metabolizzate a oltre settant’anni dalla fine del secondo conflitto mondiale. Però la vita, come diceva il grande scrittore Italo Svevo, non è né bella né brutta, ma originale. Senza dimenticare che la ragione stava dalla parte di chi combatté per liberare l'Italia.