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Monti da Obama, il conto degli allori

 

 

La stretta di mano tra Mario Monti e Barack Obama alla Casa Bianca (Afp)
La stretta di mano tra Mario Monti e Barack Obama alla Casa Bianca (Afp)

Non è certo la prima volta che un presidente del Consiglio italiano si scalda al calore dell’amicizia americana, gratificato delle più cordiali aperture di credito da parte del presidente degli Stati Uniti e dell’establishment di Washington. Un piacere e un onore per il professor Monti, come già per svariati leader del nostro Paese, da De Gasperi a Berlusconi. Lo stesso D’Alema rimase in carica abbastanza a lungo da provare il caldo abbraccio del presidente Clinton. Ma era il tempo dell’offensiva aerea sulla Serbia, in partenza dal nostro territorio. 

La circostanza richiama l’attenzione sulla sostanza di questi incontri quando non sono mere "photo opportunity". Perché parole e gesti di amicizia, per sinceri che siano, sono sempre di contorno. Il piatto forte sono le questioni di interesse. Reciproco, per quanto possibile, fermo restando che il più potente dei due interlocutori è titolare dell’interesse più consistente. L’interesse di Obama ad accarezzare per il verso del pelo gli elettori di origine italiana, in vista dell’incerta competizione elettorale, bilancia l’evidente interesse di Monti a surrogare con allori mietuti all’estero la legittimazione elettorale mancata al suo governo. Ciò che più conta, l’interesse di Monti si identifica con quello dell’Italia a ritrovare nel consesso internazionale il rango e la considerazione perduti nelle torbide vicende che hanno accompagnato il tramonto del governo Berlusconi. Nessun dubbio che i successi americani completino e consolidino le festose accoglienze tributate al professore al suo debutto sulla scena europea.

Resta il fatto che le buone parole sono solo il ghiotto antipasto di un banchetto di là da venire, mentre ci viene già presentato il conto. Colpisce la conferma dell’impegno dei quattromila soldati del nostro contingente in Afghanistan, mentre i francesi alzano i tacchi e l’America stessa riduce le forze sul terreno. Un’altra conferma che colpisce (a questi chiari di luna) concerne il nostro acquisto dei costosi jet F-35 made in Usa, che segue la disdetta, da parte americana, delle commesse già accordate a nostre produzioni aeronautiche. A volte un piccolo, simbolico gesto vale più di mille parole di encomio. Ma se un qualche gesto c’è stato non ha lasciato traccia. Mentre lascia traccia sulla nostra bilancia commerciale ed energetica il "crescendo" drammatico della crisi con l’Iran, con o senza accompagnamento di coinvolgimenti nell’interferenza umanitaria nella guerra civile in Siria.

Cose che succedono, certo. I "rapporti inuguali" tra potenze di diverso peso specifico sono più la regola che l’eccezione. Ma non serve versar miele sulle piaghe, investire il nostro premier della missione speciale di "salvatore dell’Eurozona" e accreditarlo di una qualche fantomatica missione speciale a Washington per conto della cancelliera Merkel. Mentre salta gli occhi che è piuttosto Obama a fare assegnamento su Monti per indurre Berlino a smetterla di montare la sentinella alla spesa dell’Eurozona, e accettare, invece, di mettere un freno alle sue fin troppo facili esportazioni, per riaprire il mercato ai prodotti "Made in Usa", che risentono delle angustie del mercato interno. Non occorrono parole mielate per riconoscere che oggi, nei confronti di Berlino, gli interessi italiani e quelli americani coincidono. 

Franco Cangini

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