{{IMG_SX}} 18 OTTOBRE 2007 - E DICIAMOLO finalmente: i neri africani sono meno intelligenti dei bianchi occidentali. Sono anni che, quasi ogni domenica, ce lo ripetono i cori e gli striscioni negli stadi. Ma non li abbiamo mai presi sul serio perché gli ultrà del calcio non hanno sufficienti competenze. Adesso saranno contenti perché potranno ricopiare la sentenza di uno scienziato ed esporla senza pericolo di venire accusati di bieco razzismo o men che meno di provocare una squalifica del campo alla loro squadra del cuore. Lo scienziato è un famoso genetista americano, si chiama James D. Watson e ha pronunciato le fatali parole alla vigilia di un giro di conferenze organizzate in Gran Bretagna per presentare il suo ultimo libro intitolato Evitare la gente noiosa: lezioni da una vita nella scienza. Watson, che oggi ha 79 anni, non è un nuovo dottor Goebbels o un piantatore di cotone che non ha ancora liberato gli schiavi negri, ma è il prodigioso giovanotto che nel 1962, cioè a soli 34 anni, vinse il premio Nobel per aver svelato i segreti del Dna.

«DAVVERO lo ha detto? — ha commentato Rita Levi Montalcini — : Non ci credo. Watson è una grande personalità, un genio. Forse lo ha detto Storace», ha concluso la senatrice a vita e premio Nobel a sua volta. Invece lo ha detto proprio Watson e lo ha spiegato in questi termini: «La teoria secondo cui la capacità raziocinante è uguale per tutti gli uomini è falsa».

E FIN QUI niente da dire: il mondo è pieno di intelligenti e stupidi a prescindere dal colore della pelle. Ma ha poi precisato: «Le politiche occidentali nei confronti dei paesi africani sono basate su un errore di fondo. Cioè sulla convinzione che le persone di colore sono tanto intelligenti quanto i bianchi, mentre i risultati nei test rivelerebbero il contrario». Poi ha aggiunto: «Entro una decina di anni saremo in grado di identificare i geni responsabili delle differenze tra le intelligenze». E infine ha concluso con una spiegazione che non ha l’aria precisamente scientifica: «Chiunque abbia avuto a che fare con un dipendente di colore sa che non è vero che tutti gli uomini sono uguali».
Come la Montalcini («Per l’intelligenza quello che conta non è la genetica, ma l’epigenetica, cioè l’ambiente») molti altri scienziati sono increduli, tutti comunque sorpresi e addirittura sbigottiti. E le reazioni non si sono fatte attendere. Per prima cosa la Commissione britannica per i diritti umani, che ha appena sostituito quella per l’uguaglianza razziale, ha comunicato che sta esaminando le dichiarazioni di Watson nella loro interezza. Anche Giuseppe Novelli, genetista dell’università di Roma, precisa che prima bisognerebbe vedere in quale contesto sono state fatte quelle considerazioni. Forse Watson è stato frainteso. In ogni caso, spiega Novelli, «l’intelligenza è frutto di tre fattori, geni, ambiente e caso».

QUANTO ai test citati dal premio Nobel, «non sono oggettivi, perché basati su standard generici e influenzati dalla cultura di chi li produce». Analogo il commento di Alberto Albanese, neurologo dell’istituto Besta e docente alla Cattolica: «Nel dopoguerra soprattutto negli Stati Uniti sono stati condotti diverse indagini sull’intelligenza, ma non è mai stata dimostrata una differenza tra bianchi e neri». Infine un dermatologo, Aldo Morrone, che da anni lavora in Africa: «Non solo non ci sono differenze sul piano intellettivo ma nemmeno di pelle: noi dermatologi impegnati in Africa abbiamo dimostrato che non esiste né una pelle bianca né una pelle nera. Ci sono invece gradienti dello spettro del rosso, dal punto di vista della luce».
E pensare che Watson doveva diventare un ornitologo come il padre. Nato a Chicago, venne ammesso all’università a soli quindici anni sulle ali di una precoce celebrità conquistata vincendo un famoso quiz radiofonico pieno di domande terribili e riservato a quelli che l’America chiamava bambini prodigio.

INDUBBIO talento, laureato in zoologia a diciannove anni, la vera svolta è avvenuta poco dopo quando è entrato nel laboratorio di genetica dell’università dell’Indiana diretto da Salvador Luria e dove lavorava un altro italiano, Renato Dulbecco. Entrambi futuri premi Nobel. Per un curioso paradosso Luria ottenne il riconoscimento solo nel 1969, sette anni dopo il suo allievo, e Dulbecco addirittura nel 1975, tredici anni dopo, quando Watson, oltre che uno scienziato popolarissimo, era diventato anche uno scrittore di best seller, l’autore del libro scientifico più letto del Novecento, La doppia elica, in cui raccontava con penna romanzesca i retroscena della sua scoperta. Bisogna comunque ricordare che Watson ha sempre mostrato gratitudine per Luria, però non tanto per quello che gli aveva insegnato ma per come il maestro interveniva a difenderlo e a precisare quando il giovane rampante diceva qualche stupidaggine e offendeva qualcuno. Come stavolta insomma.