La Corea, l'India, i Paesi del Golfo Persico e dal 2017 anche l'Azerbaijan. Il grande circo delle monoposto ha cambiato un po' del suo DNA, aprendosi a mercati nuovi, come quello dell'ex Repubblica sovietica. Anche se definire quello di Baku un circuito con tutti i crismi è forse eccessivo: si corre nel cuore della capitale, sfrecciando su un immenso rettilineo, il più lungo delle piste dell'attuale F1, davanti a un antico castello. Ma proprio qui, quattro anni fa, si videro i primi segni di insofferenza tra Sebastian Vettel, allora ferrarista, e Lewis Hamilton: un tamponamento dietro la safety car, come se fossero due giganti in autogrill, che aprì la strada al successo inatteso di Ricciardo. Leo Turrini lo ricorda insieme a Mario Mijakawa, uno dei manager più popolari nel paddock, oltre a un aneddoto davvero straordinario, che non ha a che fare con nessun pilota moderno, ma con un altro personaggio altrettanto famoso: Iosif Stalin.

L'Azerbaijan, un tempo, faceva parte dell'Unione Sovietica, e per molti decenni, in epoca di Guerra Fredda, era assolutamente inimmaginabile portare la Formula 1 in quelle terre. C'è però un retroscena che ha il sapore della leggenda e lega il mito della Ferrari a quello della rivoluzione bolscevica. Si narra che negli anni Cinquanta, gli operai della fabbrica del Cavallino (la gente di Maranello, all'epoca era orientata politicamente molto a sinistra) si presentarono da Enzo Ferrari, per avanzare una richiesta insolita: era possibile confezionare una Ferrari da regalare in esclusiva al Maresciallo Stalin? Non si è mai saputo se sia andata davvero così. Però è un fatto che quando – molti anni dopo la morte di Stalin, avvenuta nel 1953 –, la Fiat ottenne di poter aprire uno stabilimento in Unione Sovietica, il Drake commentò quella notizia dicendo: «Anche stavolta gli amici di Torino sono arrivati dopo di noi».

Oggi l'Azerbaijan fa è un Repubblica autonoma, riccissima per i suoi giacimenti petroliferi e per le riserve di gas e il suo ingresso nel calendario della F1, anche in tempi di pandemia, è stato considerato da molti necessario ed estremamente positivo.