Elia Viviani (Ansa)
Elia Viviani (Ansa)
Prima ancora di esserlo a Tokyo per lo sport italiano, Elia Viviani era già un portabandiera: nessuno meglio di lui rappresenta la rinascita dell’Italia in pista. E’ un cammino partito da lontano, almeno un decennio fa, quando ancora l’idea di vincere un oro alle Olimpiadi sembrava un’utopia per una disciplina storicamente gloriosa, ma finita nel dimenticatoio: se oggi ci sono Ganna, un quartetto di livello mondiale e l’imbarazzo della scelta dei tecnici nel fare le convocazioni, si deve all’esempio e alla caparbietà del velocista veronese. Tokyo 2020, i risultati della giornata in diretta Olimpiadi Tokyo, oggi la cerimonia di apertura. La...

Prima ancora di esserlo a Tokyo per lo sport italiano, Elia Viviani era già un portabandiera: nessuno meglio di lui rappresenta la rinascita dell’Italia in pista. E’ un cammino partito da lontano, almeno un decennio fa, quando ancora l’idea di vincere un oro alle Olimpiadi sembrava un’utopia per una disciplina storicamente gloriosa, ma finita nel dimenticatoio: se oggi ci sono Ganna, un quartetto di livello mondiale e l’imbarazzo della scelta dei tecnici nel fare le convocazioni, si deve all’esempio e alla caparbietà del velocista veronese.

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C’era una volta Viviani, atleta nato in pista che non ha dimenticato i velodromi nemmeno dopo esser diventato campione sulla strada: per fortuna, quel ciclista c’è ancora. All’epoca, però, era un caso isolato, al punto che a Londra nel 2012 fu l’unico a rappresentar l’Italia in pista: da un podio sfumato all’ultima prova e scolorito nel sesto posto sarebbe germogliato quattro anni dopo l’oro di Rio. Oltre ad una squadra che negli anni ha risalito la scala dei valori internazionali, tornando ad occupare un ruolo di punta a livello mondiale, come raccontano bene i titoli raccolti di recente e le aspettative per questa spedizione olimpica in Giappone.

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Non solo un campione: Viviani è un vero e proprio esempio diventato simbolo. Grazie alla sua capacità di convincere i giovani a non abbandonare la pista per dedicarsi esclusivamente alla strada: dimostrandolo in prima persona, ha fatto leva nel convincere i team dilettantistici che affrontare più discipline non è uno spreco di energie, semmai un vantaggio. Come dimostrano altre scuole, a cominciare da quella inglese: i vari Wiggins e Thomas, entrambi vincitori di Tour, per non dire Cavendish, dominatore dello sprint per oltre un decennio, vengono tutti dalla pista.

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Per essere buoni esempi occorre anche essere esemplari. Sotto questo aspetto, il profilo di Elia è perfetto. Come persona: figlio del suo tempo, non eccede in stravaganze, se non con qualche auto veloce, mettendo in cima ai desideri una vacanza rilassante con la sua Elena lontano dai riflettori. Come atleta: tra i più corretti in un settore dove correre col coltello fra i denti è la regola, non tende alla rissa nemmeno con le parole. E anche come azzurro: ogni volta che veste la maglia della Nazionale è come se per lui fosse la prima volta, così come quando è costretto a saltare un impegno perché la strada chiama gli viene la tipica espressione di chi ci resta male. Appartiene a una categoria speciale: gli azzurri dentro.

Accanto a Viviani, oltre che grazie a Viviani, è cresciuta una struttura intera, non solo una squadra: la pista azzurra è il frutto di una selezione continua, di un vero e proprio archivio di test, di un metodo di lavoro che il ct Cassani e tecnici come Marco Villa e Edoardo Salvoldi hanno sapientemente mutuato anche da altri Paesi. Così è rifiorito un settore intero, così a Tokyo, sfilando alla cerimonia d'apertura, Viviani idealmente di bandiere ne avrà due.