Mercoledì 17 Luglio 2024

"Da scervellati a cervelloni". La prima generazione digitale

Il sociologo Natella: così gli hippy e punk si avvicinarono alla tecnologia

"Da scervellati a cervelloni". La prima generazione digitale

"Da scervellati a cervelloni". La prima generazione digitale

Sono hippy, figli dei fiori, punk, surfisti, fricchettoni, spesso appassionati delle filosofie new age e dei trip psichedelici. Artisti e nerd, chi più estroso, chi più secchione. Ma tutti, immancabilmente, smanettoni: continuamente alle prese con fili elettrici e saldatori, motori, chitarre, tastiere e amplificatori. Amore libero, droghe e Il Tao della fisica, come s’intitola uno dei testi di riferimento dell’epoca. È la gioventù, specialmente americana, degli anni Sessanta e Settanta. Chi l’avrebbe detto che tra questi studenti squattrinati e alternativi dell’Università di Berkeley sarebbe nato il Fundamental Fysiks Group, cui si deve uno scatto fondamentale della ricerca sul ’quantum entaglement’, la correlazione quantistica, grazie alla dimostrazione del teorema di Bell (il fisico nord-irlandese John Starat Bell)?

La materia è ostica, e chi fosse interessato può approfondirla in proprio. Quel che qui interessa, invece, è il percorso che porta molti giovani provenienti dalle controculture ad addentrarsi nell’universo digitale, nel cyberspazio. Ne abbiamo parlato con Andrea Natella, docente di Sociologia della comunicazione all’Istituto di Design Europeo di Roma.

Professor Natella, come accade che la gioventù hippy e punk diventi l’avanguardia dell’innovazione digitale?

"È un movimento che parte dalle università, in particolare il Mit di Boston e Berkeley in California. Gli studenti e i ricercatori più attivi che provengono dalle controculture degli anni ‘60 si mettono a smanettare per forzare le possibilità dei computer. Questo filone arriva a intercettare le culture punk: gli scervellati diventano cervelloni. Le prime reti di comunicazione telematica degli anni ‘70, come Fidonet, erano sistemi Bbs (Bulletin board system) che consentiva di condividere file da remoto via modem. È stato il nucleo delle comunicazioni telematiche poi sviluppate attraverso Internet".

Qual è il nesso con le controculture?

"L’idea di poter usare le nuove tecnologie telematiche con propositi libertari e di trasformazione sociale. L’hacking, praticato dalla propria cameretta ai centri sociali, specie in Italia e Germania, è la scuola di formazione di molti tecnici che daranno avvio alla rivoluzione digitale. Una figura come Steve Jobs è a suo modo contigua a quei mondi. Le multinazionali, poi, hanno per così dire ‘rubato’ i cervelli, programmatori e ideatori di contenuti, che provenivano dalle culture alternative".

Cosa spinge le giovani generazioni verso la tecnologia oltre alla semplice curiosità?

"La curiosità non mi sembra una molla affatto banale. È sempre quella che porta a cambiare il mondo. Lo sviluppo di tecnologie viene sempre dall’innovazione di chi rompe delle regole, quindi sempre dal basso. L’hacking è un’attitudine, non un ruolo: prendi qualsiasi tipo di elettrodomestico, butta il manuale e vedi cosa ci puoi fare. È parte dell’intelligenza giovanile di tutta una generazione. E se oggi l’intelligenza artificiale è sviluppata prevalentemente da grandi società, è pur vero che molti indirizzi vengono proprio dalle culture alternative e giovanili".

a cura di Cosimo Rossi