I carabinieri del Noe (foto archivio)
I carabinieri del Noe (foto archivio)

Napoli, 18 maggio 2021 – È di 29 imprenditori denunciati il bilancio dei controlli svolti dai carabinieri del Gruppo per la Tutela Ambientale contro lo smaltimento illecito dei rifiuti provenienti dagli scarti di lavorazione delle aziende tessili dell’hinterland di Napoli, del Casertano e in Irpinia.

Verifiche su 54 aziende tessili

Le verifiche dei militari hanno riguardato ben 54 opifici, molti dei quali situati nel Napoletano: Casavatore, Giugliano in Campania, Ottaviano, San Giuseppe Vesuviano, San Gennaro Vesuviano e Palma Campania. In campo una sessantina di carabinieri dei Nuclei Operativi Ecologici di Napoli, Caserta, Salerno, Bari e Potenza, oltre a quelli del Gruppo Ispettorato del Lavoro di Napoli e dei Comandi provinciali di Napoli e Caserta.

Nei giorni scorsi, gli uomini dell’Arma hanno dunque passato al setaccio le aree dove solitamente vengono smaltiti illecitamente i rifiuti come ai margini delle strade o in aree di campagna, dove spesso vengono dati alle fiamme, riuscendo così a risalire alle aziende che li hanno prodotti.

I controlli nella Terra dei Fuochi

Gli accertamenti erano partiti già tra settembre e ottobre del 2020, quando erano stati effettuati dei controlli a tappeto nei territori che ricadono nell’area tristemente nota come la Terra dei Fuochi. Da lì era emerso che la filiera del pellame e del tessile è quella che viola maggiormente la normativa ambientale, tra aziende abusive che operano senza autorizzazioni, sversamenti di rifiuti e inquinamento.  

Al termine dei sopralluoghi nei siti produttivi, come detto, gli uomini del Noe hanno denunciato 29 imprenditori, oltre la metà di quelli sottoposti ai controlli, per smaltimento illecito di rifiuti e scarico illecito di acque reflue industriale, sequestrando anche gli impianti e i macchinari di 11 aziende utilizzati per l’attività di concia e lavorazione di pellame e tessuti.

Sanzioni per 285mila euro

Elevate inoltre 90 sanzioni amministrative, per un totale di 285mila euro. Per cinque opifici, inoltre, è scattata la sospensione dell’attività produttiva perché, su 60 lavoratori totali, ben 39 dipendenti erano assunti “in nero”. Scelta comune tra gli imprenditori del settore, così come quella di bruciare gli scarti, al fine di evitare gli elevati oneri per il regolare smaltimento dei rifiuti.

In altri casi, hanno accertato le indagini dei militari, l’assunzione della manodopera “in nero” è invece funzionale a nascondere al Fisco la reale operatività dell’azienda, limitando così la fatturazione e abbattendo notevolmente le tasse da pagare.