Germano Celant
Germano Celant

Nel febbraio del 1982 Artforum uscì con un abito di Issey Miyake in copertina. La cosa suscitò un discreto scandalo tra gli studiosi e gli appassionati d’arte internazionali. Dietro quella copertina c’era il pensiero di Germano Celant, critico d’arte già famoso che collaborava a quella prestigiosa rivista diretta allora da Ingrid Sischy.

Nel settembre del 1996 si inaugurò a Firenze la prima Biennale della Moda e Germano Celant ne era il curatore, di nuovo assieme a Ingrid Sischy (diventata intanto direttrice di Interview), e a Luigi Settembrini, grande promoter culturale e stratega della comunicazione di Pitti Immagine, che quell’iniziativa aveva concepito per il Centro di Firenze per la Moda Italiana.

Le due date hanno rappresentato due momenti chiave per la storia contemporanea dei rapporti tra arte e moda. Alla rottura degli schemi tradizionali seguiva la costruzione progressiva di un nuovo, più maturo  ̶  ma non per questo meno interessante e contraddittorio  ̶  rapporto. Che cominciò però smontando l’idea, e la gerarchia in essa implicita, che si era consolidata nel frattempo nell’establishment della cultura, anche quello meglio disposto: cioè che la moda migliore potesse forse talvolta essere considerata arte ma che l’arte peggiore potesse comunque essere sempre paragonabile a una moda. Quando invece l’attenzione critica doveva essere portata sulla diversità ineliminibile dei rispettivi linguaggi creativi e delle rispettive strutture produttive e sul comune ruolo di espressione e intepretazione della realtà attuale. Una realtà in cui l’industria della cultura, dello spettacolo e della comunicazione costruiscono ormai la materia prima della vita sociale e la logica del nuovo infiltra la logica del bello.

Non era la prima volta che Celant aveva rapporti con Pitti Immagine. Un anno prima della Biennale, per la sua The Italian Metamorphosis 1943-1968 al Guggenheim Museum di New York, avevamo contribuito con Luigi Settembrini alla sezione dedicata alla moda di quella bellissima mostra. E’ da quella esperienza che era partito il nostro dialogo con lui. Un dialogo che, sulla scia della Biennale, lo ha portato poi a lavorare a progetti importanti tra arte e moda per iniziative culturali di altri grandi nomi internazionali della moda italiana.

Celant è stato una delle figure più influenti del mondo dell’arte contemporanea. Il suo percorso si è svolto tutto dentro questo mondo ma attraverso questo mondo ha vissuto e pensato il mondo della moda e ha saputo leggerne la ricchezza culturale e le grandi potenzialità d’indagine critica.

Siamo grati e siamo orgogliosi che questo suo percorso abbia incrociato il nostro. E che si sia stabilita una consonanza tra lui e gli obbiettivi di ricerca, di rinnovamento e di promozione culturale internazionale di alto livello che noi abbiamo sempre avuto per la moda, in particolare per quella italiana e per la città in cui è nata.

Dopo di allora per noi sono nate le esperienze importanti di Pitti Discovery e le tante iniziative che hanno inaugurato una nuova considerazione estetica del fare moda. Anche Firenze da allora ha ricevuto molte più attenzioni e si è dimostrata lei stessa molto più attenta e aperta a innesti significativi di contemporaneità.

La Biennale del ’96 aveva come sottotitolo “Il Tempo e la Moda”. E’ un peccato che nel tempo sospeso che abbiamo vissuto in questi ultmi mesi a causa di un virus e che la moda più sensibile - in forme più meno asintomatiche - saprà senz’altro capace di elaborare creativamente, non ci arrivi la riflessione che Germano Celant avrebbe potuto farne per qualche suo nuovo progetto.