Firenze, 22 maggio 2018 - «La Hollywood nella quale arrivai, durante la primavera del 1923, era ancora in quel tempo piccola, poco più di un villaggio al sole. Gli studios erano pochi e, in confronto al loro sviluppo futuro, di modesta entità e di capitali limitati... Quando nel 1927 lasciai Hollywood per non tornarvi se non come turista, tutto era cambiato. Gli studi cinematografici erano diventati più grandi e finanziariamente molto più solidi... Ora a distanza di tempo, guardando indietro mi sembra di individuare un parallelismo tra l’industria cinematografica ed il mio lavoro». Salvatore Ferragamo racconta così i suoi anni hollywoodiani nell’autobiografia “Il calzolaio dei sogni” uscita nel 1957 dove ripercorre tutta la sua staaordinaria vita dall’infanzia a Bonito, dall’andare a bottega dal calzolaio del paese a soli 9 anni, poi l’esperienza a Napoli e la decisione nel 1915 di raggiungere i fratelli in California a Santa Barbara dove imparerà un inglese perfetto, stringerà contatti importanti, si dedicherà alla passione per le scarpe fatte a mano, anche per lo spettacolo, e comincerà a studiare l’anatomia del piede, la sua grande, illuminata, ossessione. 
Poi l’azzardo coraggioso di aprire nel febbraio 1923 l’Hollywood Boot Shop, mecca per registi e divi del cinema, arredato nello stile rinascimentale che allora conquistava i ricchi americani con un divano dove si sono sedute tutte le stelle del firmamento cinematografico di allora. Cominciava allora la California Experience. A Hollywood nel giorno dell’inaugurazione furono molti i mazzi di fiori, segno della considerazione che lo shoemaker italiano di soli 25 anni si era conquistato. 
 
Ora una mostra interessante e acutissima squarcia il velo sull’emigrazione degli artigiani italiani in America alcuni dei quali troveranno molto successo come i membri della famiglia Jacuzzi o i Guasti che inventarono il Vin Santo in tempi di proibizionismo. «L’Italia a Hollywood», dal 24 maggio al 10 marzo 2019 al Museo Salvatore Ferragamo a Firenze, esposizione di arte e di moda divisa in otto sale dalle curatrici Giuliana Muscio e Stefania Ricci, quest’ultima direttrice del Museo Ferragamo e “anima” della perfetta ricostruzione della vita del Calzolaio dei Sogni e dei suoi immensi collegamenti col mondo della cultura, della musica, del cinema. 
«Dal Ritorno in Italia nel 1927 – il tema della mostra che si è appena chiusa – abbiamo capito che bisognava indagare sugli anni hollywoodiani per capire la nascita di una genialità e di un successo come quello di Salvatore» racconta Stefania Ricci che per l’allestimento scenografico ha chiamato ancora una volta Maurizio Balò. Mentre è stata affidata alla storica Elvira Valleri la messa a fuoco di elementi importanti dell’esperienza californiana di Ferragamo «che hanno confermato non solo le sue indubbie capacità imprendioriali ma anche la determinazione e l’impegno – scrive Elvira Valleri nel suo saggio del catalogo – di un uomo che ha cercato di interpretare il mutamento, plasmandolo sulla propria visione del mondo».
Anni visionari e splendidi in cui Salvatore stringeva amicizia con registi come Cecil B.DeMille che poi gli ordinò i calzari romani per “I Dieci Comandamenti”, e lavorava per grandi produzioni, stringendo relazioni coi divi italiani come Rodolfo Valentino, suo cliente per le calzature e amico di indimenticabili spaghettate, la meravigliosa Lina Cavalieri soprannominata la donna più bella del mondo di cui in mostra c’è un mirabile ritratto di Vittorio Corcos del 1903; e ancora Tina Modotti, celebre per la superbia delle sue foto, anche nude, e il grandissimo Enrico Caruso della cui voce Salvatore era un appassionato. Sul divanetto dell’Hollywood Boot Shop sedevano Pola Negri e Jaoan Crawford, John Barrymore e John Gilbert, ed ad ognuno si creavano calzature da sogno, attualissime ancora oggi. Come le décolleté Spectator in antilope bianca e vitello blu create nel 1925 per Alice White, veri oggetti da red carpet. In quei tempi lontani nasceva il divismo, e la moda fantasiosa di Ferragamo calzava i divi.
 
Una luce su un periodo importante per Salvatore Ferragamo arrivato a Santa Barbara nel 1915 e tornato in Italia, già ricco e famoso, nel 1927 con nel mezzo questa esperienza hollywoodiana che racconta con voce ferma e felice in una lunga registrazione audio (dall’archivio della famiglia) che è poi la storia della sua vita per l’autobiografia e che ha dato il la a questa esposizione, con spezzoni con la voce della moglie Wanda che con coraggio e deteminazione ha condotto l’azienda dalla sua scomparsa nel 1960 puntando sui suoi figli che ne continuano oggi la grande lezione di business e creatività.