Giorgio Armani
Giorgio Armani

Milano, 11 maggio 2020 - La moda deve smettere di correre, di sfornare idee a caso. Per venire incontro ai nuovi desideri dei consumatori. "A causa dell’emergenza e del distanziamento sociale è mutato il modo di pensare ai vestiti", dice Giorgio Armani. "La moda dovrà andare incontro ai nuovi bisogni, offrendo soluzioni funzionali e di qualità, proposte autentiche e durevoli". Insomma, una rivoluzione copernicana nelle parole del grande stilista.

Signor Armani come vive il ritorno al lavoro dopo due mesi e mezzo di stop forzato?
"Lo vivo con cauto ottimismo – risponde Giorgio Armani –. Già dal giorno successivo alla sfilata a porte chiuse – il 23 febbraio, nella foto in alto l’immagine finale – ho ridotto al minimo le mie interazioni, allestendo una zona di lavoro in sicurezza, e limitando i contatti a un ristretto gruppo di collaboratori. Non mi sono mai fermato: il lavoro è la mia vita, e la responsabilità che sento verso l’azienda è grande. La salute e il benessere dei miei dipendenti che sono oltre 7.000 nel mondo sono stati da subito, e continuano a essere, la mia priorità".

Ripartire, riaprire le fabbriche e le boutique, ricominciare con rigore, coraggio e creatività. Quale il suo stato d’animo?
"Come le dicevo, fiducioso ma prudente. Stiamo lentamente riaprendo alcune delle attività, ma c’è molto da fare. Siamo nella fase più delicata e sarà importante monitorare l’andamento dei contagi nelle prossime settimane. È necessario procedere a piccoli passi per non rischiare di dover fermarsi ancora".

La concentrazione del lavoro sulla rete e lo smart working. Come crede sarà il futuro?
"È stata una bella prova che ha completamente stravolto la nostra quotidianità. Un imprevisto di portata enorme che ha richiesto capacità di adattamento. La crisi ha accelerato alcuni processi e non si può tornare indietro. L’esperienza del lavoro a distanza sarà utile certamente anche nel futuro".

Quando pensa che ci sarà una vera ripresa, alcuni azzardano il 2022...
"Possiamo fare un bilancio delle perdite, ma è troppo presto per valutare l’impatto economico a lungo termine, che sarà sicuramente molto serio, e la conseguente ripresa. Dipenderà da quanto saremo bravi a mettere in atto e a rispettare le misure di contenimento del virus e da quanto importante sarà il sostegno all’economia reale".

L’eco della sua testimonianza al WWD è stata enorme. Bisogna ripensare la moda?
"Ho colto l’occasione per ribadire ciò che sostengo, andando controcorrente, da molto tempo ormai. Il mio messaggio era volutamente diretto e chiaro e lo scopo era dare una scossa al sistema. La moda deve far tesoro di questa esperienza e rivedere le priorità, rallentare la corsa frenetica alla produzione e alla vendita che genera solo sovrapposizione, spreco e disallineamento tra offerta e stagionalità. Abbiamo il dovere morale, oggi più che mai, di lavorare meglio con meno".

Come ha trascorso questa lunga quarantena?
"Mi sono mancati gli appuntamenti, gli incontri, gli scambi diretti che sono quelli più sinceri e proficui. Mi è mancata la sensazione tattile che mi regala il mio lavoro: sentire la consistenza di un tessuto e sistemare l’abito sulla modella. Ma questo tempo è stato utile per riflettere e fare bilanci. L’iniziale atteggiamento di scetticismo e di chiusura da parte di alcuni paesi europei non ci ha aiutati, ma l’Italia ha saputo andare avanti, dando una grande prova di coraggio e perseveranza di cui dobbiamo essere orgogliosi".

Dopo l’emergenza Covid ora la Fase 2. Cosa si sente di dire al Governo per proteggere il Made in Italy?
"Di continuare senza indugi sulla strada della politica di sostegno, in particolare alle piccole e medie imprese perché possano tornare a offrire i propri servizi, a produrre e a esportare, evitando che nel frattempo i clienti internazionali cerchino l’approvvigionamento altrove".

Quale consiglio dà alle piccole e medie aziende della moda?
"Rimboccarsi le maniche e lavorare sodo per garantire la massima qualità e la massima competenza. Ma gli italiani in questo sono molto bravi".

La filiera della moda italiana è unica al mondo, tutti ce la invidiano perché fatta di mani d’oro e di menti ispirate. Teme chiusure, speculazioni, acquisizioni disinvolte?
"Il rischio c’è. Temo che dalla pandemia non usciremo tutti più buoni. Per questo è importante che lo Stato adotti delle politiche di tutela".

Pensa che sarà possibile riportare in Italia alcune produzioni?
"Riportare in Italia alcune delle produzioni significherebbe dover attuare una vera politica di riduzione del costo del lavoro che andrebbe a tutelare il nostro patrimonio di conoscenze e competenze. Me lo auguro, certo, ma non possiamo pensare di fare tutto da soli. La globalizzazione va contenuta, ma non sarebbe giusto rinunciare alle relazioni costruite nel tempo con paesi come Cina, India, Turchia e Indonesia ad esempio, che negli anni hanno sviluppato anche specifiche competenze. Continuare significa inoltre dare sostegno a popolazioni più deboli, colpite anche loro dalla pandemia".

Tutto da riorganizzare, anche le collezioni delle sue linee. Saranno più snelle?
"Le pre-collezioni saranno assorbite nelle collezioni di settembre. La mia intenzione è di snellire, pur mantenendo completa l’offerta. Le sfilate spettacolo in giro per il mondo sono oggi più che mai inappropriate. Bisogna concentrarsi sul contenuto e non più sul gioco della comunicazione".

Tutti ora parlano di ridimensionare il numero delle collezioni in nome di una maggiore qualità, lei che ne pensa?
"È uno dei temi che mi sta a cuore, concentrarsi sulla qualità, riducendo il superfluo. Mi auguro che alle parole seguiranno i fatti".