Giorgio Armani

Firenze, 12 giugno 2018 - «DI FIRENZE ho un ricordo che a volte si confonde con il sogno. Andavo per lavoro, ero sempre stretto tra impegni diversi, non riuscivo a guardarmi intorno. O almeno, così mi sembrava. Perché invece, ritornato in città di recente, mi sono accorto che la Cupola del Brunelleschi con quello slancio verso l’infinito, quell’incredibile armonia che sembra sfidare tutte le leggi dell’architettura, era ben impressa nella memoria. Così come il cielo senza nuvole, azzurro Rinascimento, bello come in un dipinto».

Giorgio Armani racconta così Firenze, una delle sue città del cuore, dove tra due giorni farà una grande inaugurazione per la nuova boutique che porta il suo nome in via Tornabuoni 38/r.

Uno spazio di 250 metri quadri e nove vetrine per presentare l’universo di Armani, fatto di bellezza assoluta e senso del rigore.

Qui a Firenze agli inizi degli anni Settanta Giorgio Armani ha sfilato in Sala Bianca, qui ha realizzato le sue prime importanti collaborazioni, qui è tornato agli Uffizi per la Biennale della Moda, ed ora ecco la serata speciale del 14 giugno, in pieno Pitti Uomo. In questa intervista esclusiva al nostro giornale il grande stilista si racconta.

Lei ha cominciato qui in Sala Bianca. Con Giovanni Battista Giorgini. Com’era la moda allora?

«A ripensarci, erano gli ultimi anni di splendore della Sala Bianca che aveva ancora il potere di intimidire chi era ammesso a sfilare. Io ero perfettamente consapevole dell’importanza che aveva Firenze e del ruolo unico di Giovanni Battista Giorgini, ma nel frattempo il prêt-à-porter aveva necessità di un luogo diverso e di un’organizzazione che si stava formando, appunto, a Milano. In un panorama della moda floreale ed esuberante, molto hippie, io ho scelto di interpretare il Bauhaus, cimentarmi con il senso della misura e della decostruzione. Erano gli anni di Basile, del quale venivano ammirate le belle giacche, di Yves Saint Laurent e di Valentino, che cercavano di descrivere un genere di donna nuova. Dall’Haute Couture stavamo entrando nel prêt-à-porter, e non cambiava soltanto la moda, ma anche la società».

Quali sono state le prime collaborazioni stilistiche con aziende del nascente made in Italy?

«Agli inizi del mio impegno, prima di fondare nel ‘75 il marchio Giorgio Armani, ho collaborato con diverse aziende che avevano sede in Toscana. Come Sicons e Tendresse, per la quale ho realizzato una collezione interamente bianca e blu in tessuto piquet. Vestiti semplici, puliti, che al termine del breve show furono accolti con grandi applausi. Almeno così mi riferirono, perché io non ero presente. Avevo preparato tutto a Milano e non mi ero mosso da lì».

Poi è nato il pret-à-porter a Milano, la città alla quale lei deve molto. Qual era il clima di quegli anni?

«Milano è la città dove si trasferirono i miei genitori per ricostruire la loro vita alla fine della guerra e che ho riconfermato più volte come il luogo dove ho scelto di vivere. Qui ho inventato il mio lavoro, a cominciare dal periodo della Rinascente quando nemmeno esisteva la definizione di stilista. E del resto allora cosa significava ‘stilista’? C’erano i sarti e gli industriali. Oggi sono diventati una cosa sola e forse bisognerebbe trovare una definizione diversa».

Quando è tornato recentemente a Firenze come ha trovato la città “assalita” dal turismo? Che consiglio darebbe per fermare le invasioni nelle città d’arte?

«È un consiglio che non mi sento di dare. Preferisco concentrarmi sul mio lavoro, dando alle persone dei vestiti che le rassicurino, che abbiano un significato continuo nel tempo. Certo, il flusso incessante di turismo può diventare un rischio per la fragilità delle città d’arte. Può anche sembrare un’invasione, ma essere ammirata è il destino della bellezza italiana».

Ci parli della boutique fiorentina. Il concept, la grandezza, la posizione magnifica in via Tornabuoni, crocevia del lusso internazionale.

«La nuova boutique Giorgio Armani ha ora una maggiore visibilità, grazie alle nove vetrine che si affacciano su Palazzo Strozzi, in una delle vie più eleganti del centro storico della città e il concept, al quale ho lavorato con il mio team di architetti, è stato studiato nell’assoluto rispetto del contesto e dell’originaria architettura dell’edificio. Ho voluto uno spazio luminoso ed elegante dove i vari ambienti si susseguono in un percorso naturale, segnato dai diversi cromatismi. È nuova la presenza del corner con relativa vetrina, dedicato interamente al make up e alle fragranze della linea Giorgio Armani Beauty. Per festeggiare questa importante apertura, ho previsto una serata speciale Giorgio’s che per l’occasione si sposta dall’Armani Privé Club di Milano a Firenze, in un luogo davvero suggestivo come Palazzo Pandolfini».

Non è da tutti avere le vetrine che guardano Palazzo Strozzi...

«La vista su questo Palazzo che è un vero e proprio capolavoro dell’arte rinascimentale italiana mi inorgoglisce».

Lei in passato aveva aperto il magnifico Doney su Piazza Strozzi. Poi quella bellissima avventura è finita. Le va di parlarne?

«Mi aveva incantato la sua lunga storia, che comincia nel 1827 per merito di un nobile francese, poi ufficiale napoleonico, Gaspare Toney de Learat. Era un luogo legato al cuore di Firenze, alle sue vicende storiche, alla sua anima. Sono intervenuto con entusiasmo e con la massima cura, ma forse non eravamo destinati a procedere insieme e l’avventura è finita».

Firenze città della moda ieri come oggi? Quale il ruolo delle fiere come Pitti Uomo e dei defilé di Milano?

«La moda maschile in Italia è strutturata su due città, Firenze e Milano, e ha la durata di una settimana intera. Firenze ha Pitti Uomo che con il tempo si è ingrandito assumendo un aspetto culturale molto interessante. Milano si è focalizzata sulle collezioni maschili degli stilisti e ospita saloni come il White con i suoi focus su realtà stilistiche e paesi emergenti. È una bella offerta, mi pare, e molto completa».

La moda di Giorgio Armani oggi: eleganza, raffinatezza, rigore, ricchezza estetica, materiali, linee. Ce la racconta?

«Io ho cercato di ideare una nuova modernità, un nuovo concetto di eleganza. Non è facile perché la realtà si muove così rapidamente che nessuno sa cosa stia succedendo e per di più a me sembra che le persone desiderino soltanto essere scioccate: sono alla ricerca di mode esplosive, di tendenze che lascino tutti a bocca aperta, mentre io cerco di evitare tutto questo perché le esplosioni non durano a lungo e non lasciano che le ceneri. Quello che posso dire è di avere inventato un nuovo modo di esprimere l’eleganza partendo da una grande rivoluzione iniziale e poi modulando tanti piccoli spostamenti intorno al nucleo centrale di quello che è il mio stile»

Lei, il re della giacca da donna, l’inventore di un capo simbolo di emancipazione. Sta tornando di moda?

«È sempre di moda, anche se cambiano proporzioni, tessuti, dettagli. Soprattutto, cambia il modo di indossarla accentuando i contrasti: formale/informale, sensuale/sportivo, maschile/femminile. È il senso del tempo a modularla, per questo è impossibile farne a meno».