Lo stilista Emanuel Ungaro (foto Ansa)
Lo stilista Emanuel Ungaro (foto Ansa)

Parigi, 22 dicembre 2019 - Mai una parola di troppo, riservatissimo, gentile ma severo, rispettoso del suo lavoro che adorava e delle donne che vestiva col sogno di una femminilità assoluta e vincente. Emanuel Ungaro non c'è più, è morto ieri a Parigi a 86 anni e con lui se ne va un pezzo importante della storia della moda e del costume, un uomo colto che adorava la musica classica, specie l'opera, che dedicava le collezioni ai colori degli affreschi degli artisti del Rinascimento, che nel 1968 quando aprì il suo atelier a Parigi in Avenue Montaigne amava mixare le fantasie, realizzare abiti drappeggiati sulle curve, scoprire le gambe spesso fino all'inverosimile mentre per le strade del mondo le donne marciavano per la rivoluzione, per l'uguaglianza, per la libertà.

Fedele alla grande scuola dell'alta moda, Monsieur Ungaro come tutti lo hanno sempre chiamato, pensava solo alla "sua" donna e non si curava delle mode del momento. Fiori e pois, tante rose, righe, colori importanti e assoluti, una voglia di fare belle e femminili le clienti che lo adoravano da Jackie Kennedy alla Duchessa di Windosor fino alla prediletta Anouk Aimèe l'attrice francese di cui era innamorato.

Ma l'amore della vita di Emanuel è stata una italiana, Laura Bernabei (figlia di Ettore Bernabei e sorella di Matilde) che è stata musa e compagna di vita solare e spensierata, che lo ha aiutato nel lavoro con grazia e attenzione e che, in tarda età, gli ha dato una figlia Cosima che si chiama come il padre, Cosimo appunto, che faceva il sarto a Francavilla Fontana in Puglia dove Emanuel amava molto soggiornare, come pure in Provenza.

Allievo di Christobal Balenciaga che per tutta la vita è rimasto suo Maestro e Mito, Monsieur Ungaro faceva vita di atelier, lavorava in silenzio e riservatezza, solo Beethowen a fargli compagnia, sempre con la giacca da lavoro bianca, di cotone, abbottonata da un lato e con le forbici nelle tasche e gli spilli appuntati perchè tanto amava drappeggiare e fermare così i suoi abiti indosso alle modelle. Come lui anche Hubert de Givenchy si vestiva da lavoro, ma col camice bianco come quello delle première.

Nella storia della moda resta la sua bravura e il guizzo d'autore, le sue giacche minute con la ruches sul fondo e la vita di vespa, i top seducentissimi, i tailleur pantaloni gessati di tessuti maschili a contrasto con linee sempre piuttosto sexy. Sontuosa la gran sera e romantici gli abiti da sposa, un sogno per tante ragazze in tutto il mondo. Prodotto per molti anni dal Gruppo Finanziario Tessile di Marco Rivetti a Torino, Emauel Ungaro sfilava il pret à porter e la sua haute couture sempre a Parigi, con grande successo.

Nel 2004 la decisione di ritirarsi e si "sparire" dal mondo della moda che lo sempre visto primeggiare. Le ore in famiglia e la quiete della Provenza e della Puglia gli hanno fatto compagnia per tutti questi anni. Il marchio è stato venduto prima al Gruppo Ferragamo, poi al magnate della Silicon Valley di origine pakistana Asim Absullah. Nell'atelier si è formato fin da giovanissimo Giambattista Valli che sembrava dapprima essere il suo delfino, poi Giamba ha preferito con coraggio fondare la sua maison. Poi il marchio è stato disegnato da Giles Deacon che nel 2010 tenta un primo rilancio, dopo di lui Fausto Puglisi per cinque anni tesse con bravura la tela della femminilità di Ungaro. Nel 2017 la direzione creativa passa a un altro italiano Marco Colagrossi che ha lavorato a lungo per Armani che rispetta il Dna della maison e ringiovanisce la clientela.