GIOVANNI BOGANI
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Venezia 80: 'Il gioco della verità', l'ultimo dono del regista William Friedkin

Fuori concorso l'opera testamento del cineasta morto il 7 agosto. La storia di un ammutinamento in cui niente è come sembra

William Friedkin qualche anno fa alla Mostra del Cinema di Venezia (Ansa)
William Friedkin qualche anno fa alla Mostra del Cinema di Venezia (Ansa)

Neanche un mese fa, il 7 agosto, ci lasciava a quasi 88 anni di età uno dei grandi registi statunitensi della “New Hollywood“, William Friedkin, che proprio a Venezia aveva ricevuto il Leone d’oro alla carriera nel 2013.

Friedkin, il regista de Il braccio violento della legge e de L’esorcista, avrebbe dovuto presentare a Venezia fuori concorso The Caine Mutiny – Court Martial, oltre a introdurre la versione restaurata de L’esorcista, a cinquant’anni dall’uscita di quel film cult.

Né l’uno né l’altro: e resta l’amaro in bocca nel vedere senza di lui questo suo ultimo film, così perfetto nella sua essenzialità, così teso, così complesso e insieme così nitido. Il film è tratto dalla pièce in due atti dello scrittore premio Pulitzer Herman Wouk, già portata sullo schermo da Edward Dmytryck, con Humphrey Bogart nel ruolo del protagonista, nel 1954, e successivamente adattata da Robert Altman per la televisione nel 1988.

William Friedkin ha trasposto la vicenda dalla Seconda guerra mondiale ai giorni nostri, con la nave che fa attività di bonifica di zone minate nel Golfo Persico. E ha creato un “courtroom drama“ tutto girato all’interno di un’aula di tribunale.

Solo inquadrature nitide, quasi sempre fisse, serrate sui volti, e "Mi permetta, Vostro onore", "Obiezione!", "Vorremmo controinterrogare il teste…". Potrebbe sembrare una cosa antica, un residuo del cinema classico. Forse sì, forse lo è, ma nel suo senso migliore: come quando Alfred Hitchcock e Fritz Lang sapevano tenere l’attenzione dello spettatore inchiodata allo schermo pur rimanendo per tutto il film in una stanza.

Qui siamo nella stessa situazione. Tutto è successo prima: nel novembre 2022, durante una tempesta terribile e drammatica, l’ufficiale in seconda di una nave della Marina militare ha sollevato dal suo incarico il capitano della nave stessa. Decidendo che il capitano non era in grado di portare la nave in salvo. Un’insubordinazione gravissima, che ha portato il giovane ufficiale dritto davanti alla corte marziale.

Ma niente è come sembra. E ogni frase, ogni interrogatorio sposta di poco o di molto i confini della verità, rivela nuovi scenari, insinua nuovi dubbi nello spettatore. È impossibile non rimanere affascinati dal gioco di verità e nuove verità che il film mette in scena: è impossibile non appassionarsi, cercare di scrutare quello che accade nell’intimo dei protagonisti, il capitano paranoide interpretato da Kiefer Sutherland, o l’avvocato interpretato da Jason Clake. O cercare di comprendere che cosa stia pensando il giudice, interpretato dal compianto Lance Reddick, l’attore afroamericano scomparso nel marzo di quest’anno.

Si tratta di un processo: ma sembra di inoltrarsi in un labirinto senza fine. È stato un ammutinamento? È stato l’atto coraggioso di un gruppo di marinai che non si fidavano del loro capitano dalla personalità ossessiva e instabile? Per essere un congedo, un’opera-testamento, l’ultimo saluto al pubblico da parte di un grande regista non poteva essere migliore.