Alessandra Carnaroli è il simbolo di una generazione di poetesse impegnate nel sociale
Alessandra Carnaroli è il simbolo di una generazione di poetesse impegnate nel sociale

La sua bibliografia parla chiaro. Alessandra Carnaroli guarda il mondo, ne enuclea le situazioni-limite, dà voce a chi non pare aver diritto d’ascolto e poi distilla emozioni, indignazione, rabbia, perfino una sorta di ironico distacco in versi che sono come stilettate per la loro concisa e ficcante precisione. "Forse perché ho confidenza con le immagini e fisso il racconto in pochi tratti". Nell’ultimo ‘50 tentati suicidi più 50 oggetti contundenti’ (Einaudi) sembra di primo acchito strizzare l’occhio al plurievocato ‘Cinquanta sfumature di grigio’, ma lei confessa che si tratta di un apparentamento puramente casuale. "In realtà il titolo iniziale era ‘Pettinini’ come il componimento n. 17, ovvero il 17° modo con cui una casalinga disperata può scegliere di togliersi la vita (tra le rotaie di un regionale o con un sacchetto di plastica del fruttivendolo e via variando per 50 situazioni diverse n.d.r.) che avrei dovuto corredare con altrettanti miei disegnini esplicativi. Poi è successo un fatto di cronaca, l’ennesimo femminicidio per mano di un uomo che aveva infierito sulla moglie con 50 diversi oggetti contundenti. Di qui la seconda parte, con una poesia per ciascuna di queste armi improprie, a creare una sorta di specchio con la prima parte dove a decidere di farla finita è la vittima stessa".

La cronaca è dunque entrata prepotentemente nel suo immaginario...

"Il tema del femminicidio l’avevo già affrontato in ‘Femminimondo’ ma in questo caso la mia attenzione cade su oggetti banali che però diventano armi. Ho voluto mettere a fuoco che il male nasce nella banalità del quotidiano e il pericolo è più vicino a noi di quanto possiamo ipotizzare".

L’allarme lanciato da una donna verso le altre donne?

"Noi donne siamo minoranza discriminata nel lavoro come nella vita quotidiana. E il far parte di questa realtà mi ha certo fornito un osservatorio privilegiato, ma le tematiche femminili non riguardano solo noi donne, bensì l’intera società".

La sua biografia non mostra crepe, traumi, vissuti drammatici. Come nasce, allora, un processo di immedesimazione così profonda?

"In tanti mi chiedono se sia mai stata vittima di violenza o se abbia mai tentato il suicidio. E io rispondo di no. Ma ciò non significa che non sia attraversata da questi stessi drammi per la mia condizione di essere umano, quindi capace di accogliere nell’animo determinate storie per poi tradurle in parole. E il racconto, per quanto mi riguarda, è una necessità. Certi femminicidi vengono relegati a un trafiletto di giornale, io voglio dare nome ed emozione a quei corpi che si disfano sotto i colpi del killer. Per evidenziare quanto sia labile il confine tra vita normale e pericolo della caduta senza appello".

Oggigiorno la denuncia in versi, l’invettiva poetica è ancora un mezzo d’espressione che arriva al pubblico?

"Credo che noi autori siamo i primi ad allontanare dalla lettura della poesia. I giovani si fanno attrarre dal poetry slam, che è una forma performativa più vicina alla musica. Poi c’è il tipo di poesia impolverata e autoreferenziale che il lettore fatica a sostenere perché non viene toccato nei suoi bisogni".

Lo ravvisa anche come suo limite?

"Direi che nel mio caso il salto va fatto passando da un universo popolato solo di vittime a un racconto dove trova spazio anche il riscatto. Dovrò imparare a raccontare che dopo la caduta esiste la possibilità di rialzarsi".

Per la sua esperienza esistono preconcetti verso il poetare al femminile?

"La letteratura in generale è concepita come attività maschile ma solo perché sono stati gli uomini a creare questo luogo comune. In verità negli ultimi tempi i libri di poesia più interessanti sono di donne e il panorama sta cambiando: gli editori mostrano interesse verso di noi, anche la critica ci legge".

Tra i tanti stereotipi c’è quello che solo le donne belle trovano la strada per affermarsi e che tra donne può esistere solo rivalità....

"Sono tutti luoghi comuni serviti agli uomini per limitare il potere della scrittura al femminile. In realtà la rivalità nasce quando gli spazi sono pochi e quindi la frustrazione induce lotte fratricide. Idem per la bellezza, anche in questo caso tutto serve a minimizzare i successi femminili. Se ci si impone da giovani è perché siamo carine, dopo i 30 l’etichetta diventa quella di prepotente. Io sono stata una ragazza piacente e ho avuto il terrore di essere riconosciuta come tale, finché non sono arrivata a mettere a fuoco che non dovevo evitare, per paura, di mettere il rossetto rosso anche se lo amavo. E non mi sento per questo prepotente, bensì fiera di me".

Come molti poeti ha indole decadente e autunnale?

"Direi di no, attraverso periodi di dubbi e ho cadute che il lavoro con la psicanalista ha attutito tanto che col tempo queste difficoltà si stanno evolvendo e trasformando grazie a un inedito velo di ironia, che non significa disattenzione o sottovalutazione, ma spiraglio di speranza".

A chi fa giudicare la sua produzione?

"In primis a mio marito che è un lettore onnivoro e quindi è attendibile se mi dice che quanto ho scritto può funzionare o meno. Poi una serie di amici cui sottopongo gli inediti prima di mandarli a un editore. Perché impegnarmi su tematiche che non conosco in prima persona necessita di un esame di realtà suppletivo".