di Giovanni Bogani "No, non l’ho vinto io questo Strega. L’ha vinto Il colibrì. Questo è un libro felice, che è riuscito a incontrare la gente, che è riuscito a parlare alla gente. Dicono che è un risultato storico, solo Volponi lo aveva vinto due volte. Ma in passato c’era un tale affollamento di fuoriclasse nella letteratura italiana che vincere due volte diventava surreale. Nel 1952 c’erano in gara Moravia, Gadda e Calvino; nel ’59 Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa con Ragazzi di vita di Pasolini… Noi, tutti, siamo nani di fronte a loro". Sandro Veronesi la vive così, con misura, compostezza, la giornata del trionfo al premio Strega con il romanzo edito da La nave di Teseo. "Che cosa farò adesso? Il mio dovere: farò il giro di festival, conferenze, incontri, rispondendo agli inviti che un premio così prestigioso implica. Sono occasioni...

di Giovanni Bogani

"No, non l’ho vinto io questo Strega. L’ha vinto Il colibrì. Questo è un libro felice, che è riuscito a incontrare la gente, che è riuscito a parlare alla gente. Dicono che è un risultato storico, solo Volponi lo aveva vinto due volte. Ma in passato c’era un tale affollamento di fuoriclasse nella letteratura italiana che vincere due volte diventava surreale. Nel 1952 c’erano in gara Moravia, Gadda e Calvino; nel ’59 Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa con Ragazzi di vita di Pasolini… Noi, tutti, siamo nani di fronte a loro".

Sandro Veronesi la vive così, con misura, compostezza, la giornata del trionfo al premio Strega con il romanzo edito da La nave di Teseo. "Che cosa farò adesso? Il mio dovere: farò il giro di festival, conferenze, incontri, rispondendo agli inviti che un premio così prestigioso implica. Sono occasioni di confronto con gli altri, lettori e colleghi; e sono tutte occasioni per abbassare la cresta. Saranno i miei anticorpi all’euforia".

Un’euforia che sarebbe più che giustificata. Sandro Veronesi, 61 anni, fratello maggiore del regista Giovanni, architetto mancato, scrittore per passione e per scommessa esistenziale, è da anni al centro della scena letteraria italiana. Per dove parte questo treno allegro, Venite venite B-52, La forza del passato; Caos calmo, con cui aveva vinto lo Strega nel 2006, diventato un film con Nanni Moretti. E ora Il colibrì, uscito lo scorso autunno, che ha superato nelle vendite le centomila copie, caso letterario dell’anno, e già "opzionato – annuncia – per un film".

E poi sta scrivendo un suo film. Una storia di guerra, formidabile e poco conosciuta. Ce ne può parlare?

"È la storia di Salvatore Todaro, un comandante di sommergibili che durante la Seconda guerra mondiale, dopo aver affondato le navi nemiche, ne raccoglieva i naufraghi, li accoglieva nel suo sommergibile, fino a sbarcarli incolumi. Era un soldato coraggioso, ma prima di tutto un uomo di mare, di cui rispettava la legge millenaria: i naufraghi si salvano. Ciò contravveniva alle regole dell’ammiraglio nazista Dönitz. Ma Todaro diceva: io affondo il ferro, ma salvo l’uomo".

Sarebbe un film di guerra, costoso. Avete già in mente il protagonista del film?

"Sì, sarà un film ambizioso, costoso: da anni il cinema italiano non affrontava scene di guerra. Ma il regista che lo sta scrivendo insieme a me, Edoardo De Angelis, è molto tenace, capace e determinato. Porterà il progetto fino in fondo, producendolo con la sua Groove insieme alla Indigo film di Nicola Giuliano. Gli attori arriveranno ovviamente dopo: ma Alessandro Borghi, l’attore di Sulla mia pelle, ha amato molto il progetto. Un progetto che, in definitiva, parla della forza usata per aiutare".

Questa storia getta una luce anche sul problema dei migranti.

"Sul tema la penso così come la pensa la storia millenaria dell’umanità, nella quale le migrazioni non si sono mai fermate. In Africa gran parte delle migrazioni sono interne, fra uno Stato e l’altro: e nessuno si sogna di fermare i migranti".

Lei parla del "dovere morale di essere felici", anche di fronte al dolore. Un po’ come il protagonista del suo romanzo. Si può coltivare la felicità dopo la tragedia collettiva che abbiamo vissuto?

"Abbiamo vissuto cose tremende: persone hanno sopportato l’ingiustizia assoluta di non poter vedere il proprio padre morto, si sono viste consegnare un’urna e via. È un dolore che è diventato di tutti, come gli accendini rimasti sul tavolino di un bar. Ma dobbiamo trasformare il dolore in forza positiva. Ci vuole com-passione, nel senso etimologico del termine, per uscire da questo vortice".

Lei è stato protagonista di un episodio legato al Covid. Un giornalista lombardo, Lucio D’Auria, contagiato, nelle settimane vissute con il respiratore ha trovato forza ascoltando l’audiolibro del suo Colibrì. Lei gli ha inviato un toccante video in cui gli dice "grazie".

"Ho saputo dell’avventura che quel giornalista ha passato, ho saputo che fra le cose che aveva con sé, c’era Il colibrì. Dovevo ringraziarlo, perché il mio libro gli ha dato forza nel momento del bisogno. E questa è una cosa che vale più dei riconoscimenti, dei premi. Fermo restando che non si può non pensare a quelli che non ce l’hanno fatta, qualunque cosa avessero sul comodino".