Lino Ventura, nato a Parma nel 1919 e morto a Saint-Cloud nel 1987
Lino Ventura, nato a Parma nel 1919 e morto a Saint-Cloud nel 1987
di Giovanni Bogani Un duro. Ma anche un sentimentale, uno capace di sciogliersi in pianto per amore, uno capace di impazzire per amore. Uno capace di rischiare la morte, per amore. Lino Ventura è stato il "duro" per eccellenza del cinema francese, e anche di quello italiano. Protagonista di tante storie di criminali, di marginali, di balordi. Per i francesi, è nell’Olimpo dei più grandi, ha dato corpo, muscoli, carne e sostanza al "polar", al cinema poliziesco: Asfalto che scotta, Il clan dei siciliani, Guardato a vista... Nel cinema italiano, ha lavorato con De Sica, con Emmer, con Francesco Rosi: brusco, ruvido, amaro, disilluso. Ma adesso, scopriamo un lato mai visto di Lino Ventura. Un animo appassionato, fragile. Un uomo capace di scrivere trecento lettere d’amore, quasi una al giorno, sotto la guerra: lo scopriamo nel libro Attends-moi, mon amour (Amore...

di Giovanni Bogani

Un duro. Ma anche un sentimentale, uno capace di sciogliersi in pianto per amore, uno capace di impazzire per amore. Uno capace di rischiare la morte, per amore. Lino Ventura è stato il "duro" per eccellenza del cinema francese, e anche di quello italiano. Protagonista di tante storie di criminali, di marginali, di balordi. Per i francesi, è nell’Olimpo dei più grandi, ha dato corpo, muscoli, carne e sostanza al "polar", al cinema poliziesco: Asfalto che scotta, Il clan dei siciliani, Guardato a vista... Nel cinema italiano, ha lavorato con De Sica, con Emmer, con Francesco Rosi: brusco, ruvido, amaro, disilluso.

Ma adesso, scopriamo un lato mai visto di Lino Ventura. Un animo appassionato, fragile. Un uomo capace di scrivere trecento lettere d’amore, quasi una al giorno, sotto la guerra: lo scopriamo nel libro Attends-moi, mon amour (Amore mio, aspettami) che ha scritto sua figlia Clelia con il proprio figlio Léon, 27 anni, attore come il nonno.

Lino era nato nel 1919, in Francia era arrivato piccolissimo, a sette anni, insieme alla mamma. Andavano a raggiungere il padre, che faceva lì il rappresentante di commercio. Invece, quando arrivano, del padre non c’è traccia. Saranno soli, emigranti senza un soldo e senza gloria, poveri "macaronì". Lino non può studiare, a 9 anni fa il fattorino, poi il meccanico, il portiere di notte. A 15 anni si spacca i muscoli con la lotta greco-romana, diventerà un piccolo campione. A 16 è ragazzo di bottega alla CIT, la compagnia italiana del turismo a Parigi, quando entra nell’agenzia una ragazza: Odette Lecomte. È un colpo di fulmine. È il 1936, Lino le fa la corte, s’innamorano, la famiglia borghese e conservatrice di lei non vuole saperne di quel giovane sgraziato, povero e, per di più, italiano. Ma c’è qualcosa di più potente dei genitori di lei, a scombinare i loro piani. La guerra. La Francia è occupata dai nazisti, Lino – cittadino italiano – è chiamato alle armi, deve raggiungere le truppe di Mussolini. All’inizio del 1942 , dopo 6 anni di attesa, sposa Odette, ma si deve arruolare. Combattere, magari morire, per un paese, l’Italia, che in pratica non ha mai conosciuto.

Il 19 aprile 1942 è in una caserma vicino a Gorizia, forse a Gradisca d’Isonzo, assegnato al 24° reggimento di fanteria, a fronteggiare gli jugoslavi. "Amore mio, certi momenti mi prendo la testa fra le mani e credo di diventare pazzo", scrive a Odette. E di lettere simili, Lino ne scriverà altre trecento. Erano tutte in uno scatolone, ritrovato da Clelia. "Era un uomo tenero, più femminile di quanto sembrasse, un uomo che filmava fiori e uccellini con la sua cinepresa super8, quando ero bambina", ricorda ora la figlia.

Da una lettera all’altra, scopriamo un Ventura che piomba nella depressione. 15 dicembre 1942: "Amore, soffro, vorrei tanto piangere. Vorrei che mia madre fosse qui, e piangere fra le sue braccia". Scopriamo anche un amante focoso: "Stanotte, amore, ho ancora una volta sognato di noi due. Il sogno più bello, da quando ci siamo separati. Non posso spiegarti qui: anche la carta arrossirebbe!".

Il soldato Ventura non pensa affatto al cinema, che per lui è un mondo inimmaginabile, allora. Ma si fa molti film aspettando risposte che non arrivano. Il 9 ottobre 1942 crolla: "Faccio tutto il possibile per non lasciarmi andare, ma a volte mi è impossibile", scrive. Si batte, per mesi, per avere una licenza, per poter tornare in Francia: l’11 maggio 1943 la ottiene, e riabbraccia Odette in una Parigi ancora sotto il controllo nazista. Il giorno stesso prende la sua decisione: diserterà. Se verrà preso durante un controllo, sarà fucilato. Corre il rischio. Si fa fare documenti falsi, diventa un brètone, Lucien Vernot. Odette verrà convocata dalla Gestapo: "Dov’è suo marito?". Tiene duro, giura che suo marito è scomparso, che non ne sa nulla. Lino si nasconde in un piccolo villaggio. Ha rischiato il plotone di esecuzione per amore. La sua diserzione non sarà considerata una macchia né dallo stato italiano né dalla Francia, che gli conferirà la Legion d’onore.

Dopo la guerra, Ventura acquisterà la casa nella quale si era nascosto, nel piccolo villaggio dell’Angiò. Sarà il simbolo della sua libertà. E vivrà con Odette e con i loro quattro figli – una, Linda, vittima di una emorragia cerebrale alla nascita, e nel cui nome Lino darà vita a una fondazione per bambini con handicap.