Foto: dottedhippo / iStock
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Roma, 21 settembre 2020 - "Crediamo che Venere sia un pianeta russo". Con queste dichiarazioni il capo dell’Agenzia spaziale russa Roscosmos, Dmitry Rogozin sta creando qualche malcontento tra gli esperti provenienti dall’Inghilterra, dagli USA, dalle Hawaii e dal Cile, ossia i quattro paesi che hanno messo la firma sulla celebre scoperta riguardante la potenziale presenza di forme di vita su Venere.

Russia minimizza scoperta fosfina nell’atmosfera di Venere

Con la frase, rilasciata all’agenzia di stampa russa TASS, Rogozin ha voluto minimizzare la ricerca pubblicata settimana scorsa su ‘Nature Astronomy’. Il numero uno di Roscosmos, l’agenzia spaziale russa, ha infatti detto che le prove della vita su Venere si possono ottenere solo attraverso studi di contatto con la superficie del pianeta, cosa che non è avvenuta durante il recente studio che ha rilevato la presenza di fosfina: “Il nostro paese è stato il primo e l'unico ad atterrare con successo su Venere, il primo a condurre esplorazioni regolari. C’è un enorme distacco tra noi e i nostri paesi concorrenti", ha ribadito Rogozin, che in questo caso si riferiva a quando l’Unione Sovietica, tra il 1967 e il 1984, ha inviato alcune sonde per esplorare Venere.
La prima a portare a casa dei risultati è stata Venera-7, che nel dicembre 1970 è diventata il primo veicolo spaziale a completare un atterraggio morbido su un altro pianeta. Venera-9, invece, è riuscita qualche anno dopo a fotografare la cosiddetta superficie venusiana.

Messaggio dell’Agenzia spaziale russa

Il messaggio di Rogozin è stato sostanzialmente questo: noi siamo gli unici ad essere atterrati su Venere, quindi solo noi abbiamo i dati e le informazioni utili per capire se c’è vita o meno su quel pianeta. Tra le novità illustrate dal capo dell’Agenzia spaziale russa c’è anche l’operazione Venera-D, la quale dovrebbe posizionare su Venere (nei prossimi 11 anni) una “stazione di superficie a lunga durata” che ospiterà degli strumenti fondamentali per analizzare la superficie venusiana. Rogozin ha anche paragonato Venere all’inferno, considerando che la sua temperatura si aggira attorno ai 470° e che le sue nuvole di acido solforico sono così calde da riuscire a fondere il piombo.