La Venere di Milo è attribuita ad Alessandro di Antiochia (130 a. C.)
La Venere di Milo è attribuita ad Alessandro di Antiochia (130 a. C.)

Parigi, 9 aprile 2020 - «Nostra signora della bellezza». Così amava definirla il poeta tedesco Heinrich Heine che, durante le sue frequenti visite al Louvre, restava ore e ore seduto in sua contemplazione. 
La Venere di Milo, meraviglia della scultura ellenica attribuita ad Alessandro di Antiochia (130 a.C.), festeggia un anniversario importante: l’8 aprile del 1820 venne ritrovata sull’isola nell’arcipelago delle Cicladi dalla quale prese poi il nome, da un contadino di nome Yorgos Kentrotas e da suo figlio Antonio. L’uomo, che possedeva un campo ai piedi della porta est delle vecchie mura di Melos, si imbatté in un busto di marmo mentre stava ricavando pietre dai resti di un muro mezzo sepolto. La storia racconta che il bel tronco di donna si trovasse all’interno di una piccola grotta, ricoperto da una lastra pesante, insieme a diversi altri frammenti marmorei. 
La cosa arrivò all’orecchio dei soldati turchi di stanza a Milo, che sequestrarono gli scavi, informando un giovane ufficiale francese, Olivier Voutier, arrivato a bordo di una nave ormeggiata sull’isola greca, lì in licenza: erano anni in cui gli scavi archeologici nelle isole del mar Egeo davano grandi risultati e gli ufficiali francesi, ispirati dal Neoclassicismo, erano fra i più attivi nelle ricerche. 
Sull’isola di Milo Voutier stava conducendo ricerche con l’aiuto di due marinai, come riportò nelle lettere che scrisse in quei giorni (raccolte insieme ad altre da Gregory Curtis nel libro Disarmed). Saputo del ritrovamento, se ne interessò e diede qualcosa al contadino affinché continuasse a scavare lì attorno. Insieme trovarono le gambe velate, ossia la parte mancante e la più grande della statua, un pezzo laterale del busto, una mano che porgeva una mela.
La figura venne quindi ricomposta nell’ovile di Yorgos Kentrotas dove Voutier ebbe modo di vederla meglio. E di capire...




È qui che la storia si divide. C’è chi sostiene che la Venere venne acquistata da un altro ufficiale, Jules Dumont d’Urville, ambizioso ammiraglio che negli anni successivi divenne tra i più celebri esploratori francesi dell’epoca, che ne aveva riconosciuto il pregio e che, grazie alla mediazione dell’ambasciatore francese presso gli ottomani (che avevano sequestrato l’opera) riuscì a comprarla e a donarla a Luigi XVIII. E chi invece assicura – e tra questi il sindaco di Milo Gerasimos Damoulakis – che il prezioso reperto «sia stato sottratto senza una transazione economica». «Si tratta di una razzia di guerra» la tesi del primo cittadino di Milo, che ha lanciato una campagna per il rimpatrio della Venere con tanto di comitato e petizione da ben 14 mila firme. 
Tornando al ’ratto’, la statua venne imbarcata a Costantinopoli il 29 ottobre 1820 per raggiungere Tolone e poi Parigi nel febbraio del 1821, poco dopo la restituzione della Venere medicea all’Italia (1815). Si dice che re Luigi XVIII, da tempo malato di gotta, non l’abbia mai vista: appena arrivata, la donò immediatamente al Museo del Louvre e tre anni dopo morì. 
Dalla galleria parigina, la Venere è stata trasferita solo nel 1939, evacuata all’inizio della seconda guerra mondiale. Legata ai fianchi e alle ginocchia, venne trasportata in una cassa di legno fino nel castello di Valençay, nella valle della Loira, dove rimase al sicuro insieme a capolavori come la Nike di Samotracia, fino al 1945. Sono passati deucento anni dalla scoperta del capolavoro e in molti hanno provato a studiare quello che resta per capire come fossero posizionate le braccia e come apparisse nel suo antico splendore. Archetipo di bellezza immortale, universalmente considerata una meravigliosa espressione di fascino femminile, nel corso della sua storia la Venere di Milo ha ricevuto elogi in ogni angolo del mondo. L’unico a proclamare il contrario e stato il pittore Pierre-Auguste Renoir, che la definì con poca cavalleria «Une grande gendarme». Ovvero «Una grossa poliziotta»