Proiezione dell'allestimento multimediale 'Meet Vincent Van Gogh Experience'
Proiezione dell'allestimento multimediale 'Meet Vincent Van Gogh Experience'

Un interessante studio ha indagato la salute psichiatrica di Vincent van Gogh (1853-1890), con particolare attenzione agli anni che hanno preceduto il suicidio. Un gruppo di ricercatori guidati da Willem Nolen, professore emerito dell'Università di Groningen, ha stabilito che il grande artista soffriva molto probabilmente di stati di delirio, causati dall'improvvisa astinenza da alcol seguita ai ricoveri in ospedale dopo essersi tagliato l'orecchio. La diagnosi è stata formulata a partire dall'analisi delle 902 lettere scritte dal pittore e intervistando approfonditamente tre esperti d'arte particolarmente ferrati sulla sua vita. Il risultato smentisce molte ipotesi sulla sua salute mentale, in special modo durante gli ultimi anni di vita (che sono anche stati i più produttivi, artisticamente parlando).

Di cosa soffriva Vincent Van Gogh

Adottando tutte le cautele del caso, Willem Nolen e soci concludono che molto probabilmente Van Gogh "soffriva sin da giovane di un disturbo dell'umore, probabilmente bipolare, in combinazione con tratti di un disturbo borderline della personalità". Questa situazione di partenza è presumibilmente peggiorata in seguito all'alcolismo che, unito alla malnutrizione e alle crescenti pressioni psicosociali, ha poi prodotto la crisi psicotica nella quale si è tagliato l'orecchio.
Ricoverato in ospedale, fu costretto a smettere di bere, ma questo, fanno notare gli studiosi, potrebbe avere prodotto un effetto negativo indesiderato: "Interrompere bruscamente una routine di eccessivo consumo di alcol può portare a fenomeni di astinenza, compreso il delirio". E infatti, in alcune lettere scritte durante i ricoveri ospedalieri, Van Gogh confessa di soffrire di ansietà, incubi e "allucinazioni insopportabili". Parla anche di "febbre o follia mentale o nervosa", pur ammettendo "non so bene come chiamarla".
E qui la sua salute precipita. Scrivono ancora Nolen e colleghi: "Probabilmente sviluppò due deliri che è lecito ritenere siano legati all'astinenza da alcol, seguiti da un peggioramento con gravi episodi depressivi (di cui almeno uno con caratteristiche psicotiche) da cui non si riprese completamente, portando infine al suicidio".

Le ipotesi smentite

La diagnosi così formulata consente a Willem Nolen di accantonare numerose ipotesi intorno alla salute di Van Gogh. Ad esempio che soffrisse di schizofrenia (non sono stati trovati sintomi rilevanti), di sifilide (non ce n'è traccia negli appunti dei medici che lo curarono) oppure che che avesse subito un avvelenamento da monossido di carbonio derivato dalle lampade a gas presenti nella sua casa di Arles: "Non si riscontrano", si legge nello studio, "altre segnalazioni di possibile avvelenamento da monossido di carbonio ad Arles". Forse soffrì di epilessia negli ultimi mesi di vita, ammettono gli studiosi, come risultato della combinazione di ansia, delirio e allucinazioni.
Pur eliminando numerose malattie, il quadro clinico di Van Gogh resta spaventoso. Per questo i ricercatori aggiungono: "Nonostante tutti questi problemi, vorremmo sottolineare che non è stato solamente un grande pittore, enormemente influente, ma anche un uomo intelligente, con un'enorme forza di volontà, resilienza e perseveranza".

Lo studio è stato pubblicato sull'International Journal of Bipolar Disorders