di Michele Mezzanzanica

Una striscia di 900 ettari terrazzati sull’atipico asse est-ovest, che garantisce la totale esposizione a sud dei vigneti. È qui che nasce il Nebbiolo delle Alpi, la versione valtellinese del vitigno italiano più rinomato, che nelle varie declinazioni esce in circa 3,3 milioni di bottiglie l’anno. Aldo Rainodi è presidente del Consorzio di tutela della Valtellina.

Perché un consumatore dovrebbe comprare un Nebbiolo della Valtellina invece che delle Langhe?

"Non facciamo la corsa sul Nebbiolo piemontese, sono distinzioni un po’ vecchie. Quando hai l’ambizione di stare in alto, tra i vini di alta gamma, il competitor è il mondo intero. Che si tratti di Nebbiolo, Sangiovese o Pinot Nero, più che il vitigno oggi conta il terroir. Ci confrontiamo con le Langhe ma anche con l’Etna e la Toscana, la Borgogna e la Côtes du Rhône. Ci interessa, e in un certo senso ne abbiamo l’obbligo, fare vini stilisticamente diversi".

La vostra cifra stilistica?

"La freschezza e quel sentore di frutti rossi prerogativa degli ambienti di montagna. Un vino valtellinese va aperto perché è buono, ma anche perché è il prodotto di un bel paesaggio, di un territorio con caratteristiche precise. È un vino identitario".

Il vostro prodotto più pregiato è lo Sfursat: come viene percepito tra i vini di alta gamma?

"Incuriosisce, a partite dalla metodologia di produzione attraverso l’appassimento, tecnica particolare utilizzata qui e in Valpolicella. Proprio perché ricerchiamo la qualità, abbiamo avviato una collaborazione con le università di Milano e Torino per migliorare le tecniche di appassimento e vinificazione, indagandone scientificamente tempi e modi. Lo Sfursat deve diventare ineccepibile, perché ha costi di produzione alti e, quindi, si colloca in una certa fascia di prezzo"

Vi sentite al riparo dall’innalzamento delle temperature?

"Al riparo no, perché gli eventi climatici sono estremizzati ovunque, ma certamente un territorio che ha la possibilità di salire di altimetria ha più chance rispetto a chi è in collina. Ma viticoltura di montagna significa anche tanta fatica, dalla manutenzione dei terrazzamenti alla vendemmia manuale".

Il riconoscimento formale di ‘vigneti eroici’ da parte del ministero ha portato vantaggi?

"È stato fatto un passo, è stato compreso che si tratta di una viticoltura del tutto particolare che, probabilmente, richiederà anche misure diverse. Il prossimo step, dunque, dovranno essere provvedimenti ad hoc per questo tipo di viticoltura".