Un giorno tornò dagli Stati Uniti con una roulotte in metallo di nove metri, ingestibile nelle strade italiane: finì per farne il suo ufficio. Un altro, comprò un enorme rimorchiatore rugginoso, per trasformarlo in casa galleggiante e portarci tutta la famiglia in giro per il Mediterraneo. Sul set di uno dei suoi film, il giorno in cui era prevista la scena di un decollo, si sostituì alla controfigura e decollò per davvero, con il produttore colto da un mezzo infarto. Poi, il brevetto di pilota lo prese sul serio, e con un piccolo aereo traversò l’Atlantico, come Lindbergh. Per non parlare di quella volta che si presentò a casa con una enorme canoa comprata agli indios Arawak, che in famiglia trasformarono in fioriera. Storie di una vita extralarge. Carlo Pedersoli, in arte Bud Spencer. Quanto di più simile, sulla terra, a Obelix, il personaggio dei...

Un giorno tornò dagli Stati Uniti con una roulotte in metallo di nove metri, ingestibile nelle strade italiane: finì per farne il suo ufficio. Un altro, comprò un enorme rimorchiatore rugginoso, per trasformarlo in casa galleggiante e portarci tutta la famiglia in giro per il Mediterraneo. Sul set di uno dei suoi film, il giorno in cui era prevista la scena di un decollo, si sostituì alla controfigura e decollò per davvero, con il produttore colto da un mezzo infarto. Poi, il brevetto di pilota lo prese sul serio, e con un piccolo aereo traversò l’Atlantico, come Lindbergh. Per non parlare di quella volta che si presentò a casa con una enorme canoa comprata agli indios Arawak, che in famiglia trasformarono in fioriera.

Storie di una vita extralarge. Carlo Pedersoli, in arte Bud Spencer. Quanto di più simile, sulla terra, a Obelix, il personaggio dei fumetti caduto da piccolo nella pozione magica, enorme e dall’animo gentile. Un metro e novanta di istinto, cuore, irruenza. Un uomo goloso della vita e dei suoi giocattoli: un rimorchiatore, una canoa. O quella cosa così difficile da maneggiare che è la vita stessa.

Bud Spencer giocava con la vita. E accettava che la vita giocasse con lui. Si sentiva attore per caso, così come era stato per caso campione sportivo. E imprenditore, venditore di automobili, comparsa a Cinecittà, costruttore di strade in Sudamerica... D’altra parte, un napoletano cresciuto in Brasile deve saper camminare sul filo dell’imprevedibile.

Quattro anni fa, il 27 giugno 2016, Bud Spencer se ne andava a 86 anni, circondato dai suoi cari. L’ultima parola che ha detto è stata "grazie". Adesso la figlia Cristiana, "Cri Cri", consegna in libreria una biografia, Bud: un gigante per papà, edita da Giunti. Centocinquanta pagine in cui ciò che colpisce di più, di Bud Spencer, è la leggerezza. Nell’assecondare la vita e i suoi imprevisti.

Ragazzino, scampa per un soffio alle bombe che distruggono San Lorenzo, a Roma, la famiglia cambia continente e lui non si scompone. Lo butti in acqua e lui nuota. Forte. È il primo italiano a scendere sotto il minuto nei 100 stile libero, è primatista dei 50 a farfalla, farà due Olimpiadi. In acqua si sentiva leggero, come quando ballava, o nelle scazzottate dei suoi film, coreografate come balletti. Ma era leggero, soprattutto, quando viveva.

Cristiana, qual è stato il punto di partenza per scrivere il libro?

"L’ho fatto per i miei figli, perché non si perdano tanti ricordi. E per me, per stare ancora un po’ vicino a mio padre. Non è stato facile mettere ordine fra i ricordi. Ci ho messo quattro anni. I ricordi non vengono fuori in fila, ordinati, ma quando meno te lo aspetti. Avevo un blocco di fogli anche accanto al letto".

Suo padre ha vissuto molte vite: sportivo, imprenditore, attore…

"Era uno dei suoi pregi: si adattava a tutto quello che gli capitava. Amava le sfide. Da ragazzo, la sua famiglia si trasferì in Brasile: lui imparò il portoghese, imparò a suonare, a ballare, si adattò in un modo incredibile, subito".

Nel libro, paradossalmente, non si parla molto di cinema.

"È stata una scelta: volevo ricordare il Bud Spencer che si conosce di meno, l’uomo, mio padre. I suoi entusiasmi, gli episodi meno conosciuti".

Anche se era spesso sul set.

"Fin da bambina. Avevo imparato a farmi invisibile, a non intralciare la troupe. A dieci anni cominciai anche a rimanere incantata dagli occhi limpidi e profondi di Terence Hill. Era gentile, bello, sempre concentrato, in disparte, a imparare le battute. I set per me erano magia pura".

Quali amici aveva, nel mondo dello spettacolo, suo padre?

"Oltre a Terence, era molto legato a Franco Nero, a Ugo Tognazzi, a Lando Buzzanca".

Nel carattere, quale era la dote che ammirava di più in lui? "Non aveva invidia, non aveva gelosie, era felice della felicità altrui; e non era permaloso, mai".

Che rapporto aveva con il denaro?

"Non gliene importava niente! Uno che compra un rimorchiatore, e lo baratta con un aereo... Mi diceva: Cri Cri, non è straordinario che con questi pezzettini di carta si possano comprare tutte queste cose?".

Era molto legato a Napoli, la sua città natale.

"C’era molto di Napoli in lui. Un giorno un tassista mi disse: “Sa, noi a Napoli siamo pronti a tutto, anche che scenda un’astronave in questo momento”. Ecco, papà era sempre pronto ad accogliere qualsiasi astronave".