Wilbur Smith, nato a Kabwe in Zambia, è morto l’altro ieri all’età di 88 anni
Wilbur Smith, nato a Kabwe in Zambia, è morto l’altro ieri all’età di 88 anni
di Marco Buticchi Ricordo la prima volta che incontrai Wilbur Smith a casa del mio editore Mario Spagnol. Era il 1997, Longanesi aveva pubblicato il mio primo romanzo. Lui, credo, ne avesse già una trentina al suo attivo. Wilbur appariva squisitamente gentile con ogni persona con cui interloquiva. Mario ci presentò e, nella sola stretta di mano mi augurai che il suo fluido tracimasse riempiendo ogni mia riga scritta. Poi tirai fuori tre suoi romanzi da una borsa e dissi: "Avrei voluto portare tutti i tuoi lavori per farteli firmare..." Sorridendo, Smith mischiò il suo...

di Marco

Buticchi

Ricordo la prima volta che incontrai Wilbur Smith a casa del mio editore Mario Spagnol. Era il 1997, Longanesi aveva pubblicato il mio primo romanzo. Lui, credo, ne avesse già una trentina al suo attivo. Wilbur appariva squisitamente gentile con ogni persona con cui interloquiva. Mario ci presentò e, nella sola stretta di mano mi augurai che il suo fluido tracimasse riempiendo ogni mia riga scritta. Poi tirai fuori tre suoi romanzi da una borsa e dissi: "Avrei voluto portare tutti i tuoi lavori per farteli firmare..." Sorridendo, Smith mischiò il suo inglese con un termine italiano e mi rispose: "You had to take a ‘carriola’: I don’t remember how many I wrote".

Vediamo sempre la mentalità nordica distante dai nostri modi mediterranei. Con una semplice ‘carriola’ cadeva l’idea stereotipata dell’autore da milioni di copie (24 solo in Italia, circa 140 nel mondo), un po’ altezzoso e scostante. Certo il traguardo di essere uno dei più letti al mondo non poteva non renderlo orgoglioso.

Lui amava, però, la scrittura, il contatto con chi lo aveva letto, desiderava conoscerne le impressioni, forse anche per il narcisismo insito in ognuno di noi che affrontiamo il pubblico. Ma soprattutto per un’umiltà che solo i grandi hanno il coraggio di mostrare. Ricordo che sedetti sul divano di casa Spagnol come frastornato. Qualcuno prese posto accanto a me e mi chiese, sempre con un inglese dai toni spigolosi: "E raccontami, Marco, tu che genere d’avventura scrivi?" Il festeggiato si ricordava persino il mio nome! Tirai dritto sulla trama di Le Pietre della Luna. Invece era Wilbur Smith a incalzarmi, a commentare i fatti che gli raccontavo.

Confesso che ho pensato più volte che tutto fosse un sogno. Mi accorsi che era realtà quando Danielle Thomas, la signora Smith, si fece vicina e, sollecitata dal marito, mi porse il loro indirizzo: "Non conosco bene l’italiano, Marco, ma proverò a leggerti volentieri, se mi farai avere copia dei tuoi romanzi", mi disse. "Ne ho scritto soltanto uno, Wilbur", gli risposi. "Ne scriverai", ribatté. Da allora ci siamo rivisti molte volte, compagni di collana editoriale per venti anni.

Danielle Thomas era una donna solare, premurosa, attenta. Non mancava mai di far pervenire un biglietto di auguri per le festività o per ogni nuova uscita. L’ultima volta che ci incontrammo non stava bene. Morì sul finire del 1999.

Credo che Wilbur abbia conosciuto il peso del mondo che ti cade addosso. Ma lui aveva la sua arte per la quale vivere. Si riaccompagnò con l’attuale compagna Niso e, contrariamente a quanto pensavamo, continuò a scrivere meravigliosi romanzi d’avventura, sino a poche ore prima di andarsene per sempre… ma forse non è così: chi lascia arte dietro di sé non scompare per sempre, ma pianta un albero rigoglioso nel fertile terreno dell’eternità.

Chissà quante ‘carriole’ di libri troverai lassù. Un abbraccio, maestro.