di Chiara Di Clemente "Ecco, si spegne il lume. Nuovamente m’è forza rianimarlo, anche se certo morrà di nuovo prima del mio tempo d’insonnia". Nel ’79 Carmelo Bene portò alla Scala e poi in tournée il suo Manfred, "poema drammatico con musiche", liriche scritte da Byron nel 1816 e partitura composta da Schumann nel 1848. Sul podio dinnanzi all’orchestra c’era Bellugi, Bene recitava i versi di Manfred da lui tradotti, e in apertura di spettacolo, nel silenzio della sala, lui in completo nero e camicia bianca con jabot, gli occhi bistrati, scandiva: ecco, si spegne il lume. Le parole che pronunciava di seguito diventavano musica, e quelle parole fatte di musica – voce di Bene – erano da sole l’assoluto crepuscolo della vita, il doloroso sfinimento di vivere, eppure di insistere a vivere. C’era così tanta verità in così tanta arte, che anche uno spettatore fatto di roccia restava trafitto. E non c’era un perché, accadeva e basta in quel momento; era il mistero di Bene, un mistero da indagare attraverso...

di Chiara Di Clemente

"Ecco, si spegne il lume. Nuovamente m’è forza rianimarlo, anche se certo morrà di nuovo prima del mio tempo d’insonnia". Nel ’79 Carmelo Bene portò alla Scala e poi in tournée il suo Manfred, "poema drammatico con musiche", liriche scritte da Byron nel 1816 e partitura composta da Schumann nel 1848. Sul podio dinnanzi all’orchestra c’era Bellugi, Bene recitava i versi di Manfred da lui tradotti, e in apertura di spettacolo, nel silenzio della sala, lui in completo nero e camicia bianca con jabot, gli occhi bistrati, scandiva: ecco, si spegne il lume. Le parole che pronunciava di seguito diventavano musica, e quelle parole fatte di musica – voce di Bene – erano da sole l’assoluto crepuscolo della vita, il doloroso sfinimento di vivere, eppure di insistere a vivere.

C’era così tanta verità in così tanta arte, che anche uno spettatore fatto di roccia restava trafitto. E non c’era un perché, accadeva e basta in quel momento; era il mistero di Bene, un mistero da indagare attraverso migliaia di pagine scritte da lui e su di lui, le biografia e le autobiografie, esegesi delle opere, articoli e saggi. Capire? Probabilmente mai.

Ora, a quasi vent’anni dalla morte del grande regista drammaturgo e attore, ai tanti lavori di Bene e su Bene si aggiunge il libro di Luisa Viglietti Cominciò che era finita (citazione dall’Autografia). Nell’introduzione è Goffredo Fofi che indica la strada al lettore: "spesso si impara di più leggendo le vite dei grandi filosofi di quanto non si impari leggendo le loro opere". La Viglietti, napoletana, classe ’64, costumista, è stata la compagna di Bene dal ’94 al 2002 (Carmelo morì il 16 marzo, a 65 anni): a lei Bene aveva lasciato il compito di curare la fondazione L’Immemoriale: la dimora di Otranto del maestro doveva diventare lo scrigno dove si ricomponeva e veniva reso pubblico l’immenso patrimonio artistico di libri, materiale di scena, ogni testimonianza audio e video. Ma "come una nefasta profezia contenuta nel nome: l’infondata Fondazione L’Immemoriale è affondata", scrive Luisa, affondata da anni di battaglie legali sull’eredità e – anche – dall’inerzia di quelle istituzioni che egli stesso non aveva certo mai mancato di criticare ferocemente ma nelle quali aveva comunque confidato per i destini dell’archivio. "Ciò che lui ha attaccato ha finito per sconfiggerlo post mortem – scrive Luisa – togliendogli la memoria che doveva essere il frutto per cui aveva lavorato tutta la vita".

Infondato L’Immemoriale, Carmelo Bene quand’era in vita è stato per assurdo il monumento di se stesso, almeno agli occhi dei fan che l’hanno amato. Il libro della Viglietti (Edizioni dell’Asino) non solo porta oggi d’attualità tutta l’oscenità della mancata nascita dell’ archivio (l’unico vero necessario “monumento“), ma soprattutto libera l’uomo che in quel monumento vivente è stato intrappolato. "Sembra Terni", dice girando in taxi per Berlino, nel ’97, tournée col Macbeth. In casa a Roma come a Otranto spesso passa le notti sveglio davanti alla tv: tra i telefilm l’unico che apprezza è Il tenente Colombo. Qualche volta guarda anche il Maresciallo Rocca, col vecchio compagno di scena Proietti; poi Porta a Porta, Marzullo. Detesta ("ricambiato") Baudo, è deluso dall’incontro con Chiambretti; non si perde una puntata di Cinico tv né un programma sportivo. Aspetta Benigni per mesi, dopo che questi gli promette – poi scomparendo – una Lectura Dantis a due. La notte prima di un gravissimo intervento, la passa parlando del figlio morto a 4 anni.

Cucina lui il ragù: immerge tre filetti di carne macinata nell’olio con 7-8 spicchi d’aglio per fare il primo sughetto, poi butta via i filetti e usa il sugo per il nuovo macinato. In una delle repliche dell’Adelchi, al Quirino, nel ’97, manda a prendere gli applausi – al posto suo – il cane Lula. A Mosca, nel ’90, porta Pentesilea e nel dibattito col pubblico interrompe gli amici oratori: "Siete qui non per spiegare lo spettacolo ma per dire agli spettatori che non c’è niente da capire. Che non possono capire. Uno solo avrebbe potuto capire quello che faccio e l’avrei voluto qui in sala, di fronte a me. Purtroppo non c’è. È Stalin. Perché lui faceva con voi, popolo russo, la stessa cosa che io sto facendo, condurvi ove meritate di andare: al nulla, al vuoto". Per Hamlet Suite, nel ’94, chiede che dei suoi costumi di scena facciano parte "stivaletti con 4-5 centimetri di tacco".

Il suo dolce preferito? Crème caramel. La direzione dello Stabile di Roma? Per un po’ – tra Ronconi e Martone – inconfessabilmente ci spera. Il bastone da passeggio? Come quello di Thomas Mann, sottile e di bambù, anche se passeggiare non è cosa perché "Nietzsche dopo una passeggiata è impazzito". Le manie? La carta, e scrivere solo con pennarelli neri, e scrivere e leggere sempre alla luce di un cero. Rivela Luisa nelle pagine in cui fa sapere che lo chiamava Topone, e che Carmelo aveva un cuore grande, che lui "portava con sé sempre delle candele, era la prima cosa che metteva in valigia". Ecco: si spegne il lume. Ed ecco il perché di quel mistero, di tutta quella verità.