8 mag 2022

Tutto Hopkins, gesuita inglese e poeta rivoluzionario

A che serve la bellezza mortale? La domanda apre una delle poesie di Gerard Manley Hopkins. Nato a Stratford nel 1844, morto a Dublino a soli 45 anni bruciato dalla febbre tifoide, l’inglese gesuita "in vita non conobbe gloria né notorietà: visse tra la sua preghiera e la sua poesia. Soltanto dopo la sua morte se ne è scoperta la grandezza – scrisse l’anglista Augusto Guidi nel ’42, quando Guanda pubblicò le sue liriche in Italia –. V’è chi lo ritiene il maggior poeta inglese dei suoi anni". Infatti: amato da Eliot e Pound, da Montale e Bertolucci, idolatrato dal Burgess di Arancia meccanica, tradotto da Fenoglio ("arduo poeta"), per Manganelli "è alla radice di tutti i nuovi tentativi sull’espressione: Joyce, Eliot, Auden". Adesso Hopkins, grazie all’imponente lavoro di documentazione e traduzione di Viola Papetti, riappare per darci conforto, voce alta e attualissima del dolore per la distruzione della natura; della gioia per l’esistenza delle cose "contrarie, originali, frali, strane"; dei tormenti della ricerca incessante della fede.

A che serve la bellezza? "È la vecchia Terra annaspante verso l’erto Cielo col quale ci figlia". cdc

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