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10 lug 2022
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10 lug 2022

Tra la regia e il bullismo Il talento Paolo Ruffini

10 lug 2022
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di Andrea Morandi

Federico Fellini e Joe Dante, Bud Spencer e Peter Jackson, Stanley Kubrick e la profonda modernità di Arancia meccanica. Parlare di cinema con Paolo Ruffini? Come salire su una sorta di montagna russa, un viaggio che tocca il più oscuro dei film horror per poi virare a maestri e capolavori. "Ma lo sai che se oggi qualcuno parla male del cinema", ci racconta in un bar a Riccione, "è come se offendesse un amico. Ci rimango male. Per me il cinema è vita. Ci stanno abituando a pensare in verticale, con gli smartphone, ma il cinema è orizzontale, perché ha un punto di vista che ti permette di guardare altrove". A ottobre Ruffini porterà in sala il suo nuovo film da regista, Ragazzaccio, di cui ha firmato la sceneggiatura e che, dopo le commedie e i due documentari Up & Down - che potete vedere su CHILI inquadrando il QR qui sotto - e PerdutaMente, è il primo film non comico che dirige.

"E in cui non ci sono nemmeno, non recito e dirigo attori come Beppe Fiorello, Massimo Ghini e Sabrina Impacciatore, oltre ai due protagonisti Alessandro Bisegna e Jenny De Nucci. Ho scritto la sceneggiatura su questo bulletto di provincia che ha vissuto male il lockdown, e appena l’ho finita l’ho mandata a Beppe, Massimo e Sabrina. Mi hanno richiamato e mi hanno detto che volevano farne parte. Non era scontato". Ma che regista è Ruffini sul set? Un regista atipico, che organizza feste a fine riprese e cerca di far stare tutti bene: "Ma perché sul set io mi sento più a casa che a casa mia, è come vivere una vita controllata. Fare il regista è bellissimo, una cosa che ho sognato per anni. Se mi avessero detto che avrei fatto il regista quando avevo 12 anni mi sarei messo a piangere. Il problema è quando esco dal set: la vita vera, la monotonia del quotidiano, la banalità".

Dopo Ragazzaccio, Ruffini ha già pronto un altro film da regista, Rido perché ti amo, in cui sarà anche protagonista in un viaggio che diventa sempre più lungo, a partire da quel lontano 1997, diretto da Paolo Virzì in Ovosodo. "E devo dire che ho imparato tanto dai registi con cui ho lavorato. Da Paolo, per esempio, come lavorare con gli attori. Da Carlo Vanzina invece l’educazione sul set, perché era generoso, consapevole. Poi Neri Parenti, altro grande. Che dire, spero di avere uno stile mio. I miti della regia? Spielberg, Kubrick, Carpenter, ma ciò che mi ha rivoluzionato la vita - può sembrare strano - è il cinema italiano del neorealismo, film come Umberto D. di Vittorio De Sica. In realtà, se ci penso ora, tutti i film che ho visto, anche quelli brutti, mi hanno dato qualcosa. Il cinema è un amico che mi ha salvato la vita".

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