Fatte salve le 10 maggiori nomination che posizionano “Mank” di David Fincher una spanna sopra tutti gli altri, gli Oscar 2021 passeranno alla storia per i milioni di cliché infranti in una botta sola dalle candidature. Vuoi il MeToo, vuoi Black Lives Matter: per la prima volta con 76 nomination gareggiano 70 donne e per la prima volta due sono le donne in corsa tra i migliori registi:...

Fatte salve le 10 maggiori nomination che posizionano “Mank” di David Fincher una spanna sopra tutti gli altri, gli Oscar 2021 passeranno alla storia per i milioni di cliché infranti in una botta sola dalle candidature. Vuoi il MeToo, vuoi Black Lives Matter: per la prima volta con 76 nomination gareggiano 70 donne e per la prima volta due sono le donne in corsa tra i migliori registi: Chloé Zhao, prima cinese e prima non bianca, autrice di quel “Nomadland” lanciato dal Leone d’oro di Venezia, e l’inglese Emerald Fennell.

Per la prima volta c’è un attore nero morto tra i migliori protagonisti, il Chadwick Boseman già supereroe Marvel (Black Panther) e per la prima volta nella stessa categoria un musulmano, Riz Ahmed. Probabilmente per la prima volta tra i migliori attori non protagonisti, 4 su 5 sono neri (anche se poi l’Oscar lo vincerà l’unico bianco che è Sacha Baron Cohen-Borat, scelto però per “Il processo ai Chicago 7”). Probabilmente per la prima volta, tre nomination vanno a un’opera diretta da una donna nera, la Regina King di “Quella notte a Miami...”, in cui Cassius Clay incontra Malcolm X. Di certo per la prima volta, tra i miglior film concorre uno il cui team di produzione è tutto afro-americano: è “Judas and the Black Messiah” sull’assassinio di Fred Hampton, leader delle Pantere Nere interpretato da Daniel Kaluuya (candidato tra i migliori non protagonisti; in tutto il dramma di Shaka King ha 6 nomination). Due le pantere nere tra le attrici protagoniste: la veterena Viola Davis (già Oscar “non protagonista” 2017) e Andra Day, già Golden Globe per la sua Billie Holiday. Non manca la presenza sud (e nord) coreana – “Parasite” insegna – di ”Minari”, 6 nomination. Che sia il Cencelli dell’inclusione o la rivoluzione dei nuovi talenti, lo diranno il 25 aprile le statuette. Di certo c’è più vita in un solo fotogramma di “Nomadland” (donna, non bianca) che in tutti i 131 minuti del pretenziosissimo “Mank” (uomo, bianco).

Chiara Di Clemente