Un’immagine dalla storia “Il falso Kandinsky” del 1991, colorata dall’Archivio Crepax
Un’immagine dalla storia “Il falso Kandinsky” del 1991, colorata dall’Archivio Crepax
Frutto di una “fusione” tra la moglie Luisa Mandelli (morta nel novembre 2020 per Covid) e l’attrice Louise Brooks, Valentina è la grande protagonista della mostra dedicata al suo creatore: Guido Crepax - I mille volti di Valentina è il titolo della rassegna organizzata dalla regione autonoma Valle d’Aosta che aprirà i battenti venerdì prossimo al Centro Saint-Bénin di Aosta(fino al 17 ottobre) a cura di Alberto Fiz con Archivio Crepax. Oltre 100 le opere esposte tra inediti documenti d’archivio, copertine di dischi, oggetti di design, abiti, studi per la pubblicità e grandi giochi tridimensionali che esploreranno l’arte di Crepax. Ad arricchire l’appuntamento un volume edito da Gli Ori denso di immagini e interventi, fra cui il brano finora inedito della moglie Luisa, di cui proponiamo un estratto. ------- Ho conosciuto Guido a 18 anni, in montagna, a Moena in Val di Fassa. (...) Diventammo amici. Facevamo delle belle gite sulle montagne circostanti. Crepax era timido, ma si capiva che era una persona affettuosa e interessante....

Frutto di una “fusione” tra la moglie Luisa Mandelli (morta nel novembre 2020 per Covid) e l’attrice Louise Brooks, Valentina è la grande protagonista della mostra dedicata al suo creatore: Guido Crepax - I mille volti di Valentina è il titolo della rassegna organizzata dalla regione autonoma Valle d’Aosta che aprirà i battenti venerdì prossimo al Centro Saint-Bénin di Aosta(fino al 17 ottobre) a cura di Alberto Fiz con Archivio Crepax. Oltre 100 le opere esposte tra inediti documenti d’archivio, copertine di dischi, oggetti di design, abiti, studi per la pubblicità e grandi giochi tridimensionali che esploreranno l’arte di Crepax. Ad arricchire l’appuntamento un volume edito da Gli Ori denso di immagini e interventi, fra cui il brano finora inedito della moglie Luisa, di cui proponiamo un estratto.

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Ho conosciuto Guido a 18 anni, in montagna, a Moena in Val di Fassa. (...) Diventammo amici. Facevamo delle belle gite sulle montagne circostanti. Crepax era timido, ma si capiva che era una persona affettuosa e interessante. Sapeva molto di musica, classica e jazz, e amava il cinema. (...) Ci rivedemmo a Milano, dove da Padova anch’io ero andata ad abitare. Mentre Guido frequentava la facoltà di architettura del Politecnico, io mi ero iscritta a lingue e letterature straniere alla Bocconi. Guido veniva spesso a prendermi all’uscita dell’università e mi accompagnava a casa. Mi raccontava di quand’era bambino e ascoltava in silenzio dietro la porta dello studio, dove suo padre provava, assieme al violinista Michelangelo Abbado e al pianista Carlo Vidusso, le musiche che avrebbero suonato nel prossimo concerto. Guido, attento a non disturbare, restava a lungo ad ascoltare quella musica che lo affascinava. Questo racconto mi aveva commossa. A poco a poco, il nostro rapporto di amicizia è diventato un legame più profondo. (...) Ci sposammo nel dicembre del 1960; nel ’61 nacque Antonio e ricordo che il giorno della mia laurea, la professoressa Rosenfeld mi disse che da quel momento avrei dovuto dedicare più tempo al bambino che avevo un po’ trascurato. Quello che in realtà si era sentito particolarmente trascurato era Guido che sembrava avere un assoluto bisogno di avermi accanto (...).

Anche se in realtà era totalmente assorbito dal disegno, avvertiva sempre la mia assenza dal suo studio. Se ero in camera dei bambini (nel frattempo era nata anche Caterina) a giocare con loro, o se, qualche anno dopo, li aiutavo nello studio, Guido mi rimproverava: "È tutto il giorno che non ti vedo".

Certo il suo desiderio di avermi sempre accanto a sé mi lusingava e mi faceva piacere il fatto che molti aspetti della mia vita e molti avvenimenti della mia infanzia li potessi ritrovare nelle sue storie. Rivedevo me da piccola, durante la guerra, nel disegno di Guido dove Valentina, in braccio a suo padre, incrocia un soldato tedesco, e rivedevo in una Valentina magra, magra che non voleva più mangiare, me stessa quando mi ammalai di anoressia. Guido aveva anche un grande interesse per la politica e in particolar modo per la figura e l’opera di Leone Trotsky di cui aveva persino disegnato un grande ritratto a colori che esibiva alle manifestazioni. Ma a parte i testi politici, Guido era un lettore appassionato anche di Mann, Kafka, Brecht, Sciascia, Volponi e molti altri.

Quando non disegnava le sue storie a fumetti, progettava campagne pubblicitarie, disegnava manifesti, copertine di dischi o di libri, biancheria per la casa, piastrelle per decorare pareti di bagni o cucine. E per riposarsi, creava bellissimi giochi da tavolo, tra cui una ventina di grandi battaglie del passato: da quella del Lago Ghiacciato, raccontata in un film di Ėjzenštejn, ad Azincourt del 1415 e Pavia del 1525, documentandosi alla Biblioteca Sormani su testi di storia militare: la sera, poi, disegnava su cartoncino centinaia di soldatini, che poi colorava, ritagliava e incollava su piedistalli con il nome e il ruolo di ogni personaggio. (...) Al cinema vedevamo i film della Nouvelle Vague, di Alain Resnais o Alain Robbe-Grillet, ma ancor più ci appassionavano le opere di Ingmar Bergman. L’influenza della tecnica cinematografica ha sicuramente contribuito a trasformare il montaggio della sua pagina a fumetti e tutta la struttura del racconto disegnato. Anche l’interesse per l’arte gli ha suggerito le citazioni che faceva nelle sue storie: Yves Klein, Alexander Calder e Pietro Consagra. (...)

Il fatto di volermi sempre accanto a sé, non escludeva il piacere di Guido di stare con i suoi figli.

(...) Grande era anche l’attaccamento verso i suoi genitori. (...)

L’unica cosa che mi dispiaceva di Guido era la sua riluttanza a viaggiare. Andava volentieri solo nella grande casa che avevamo comprato in Toscana, a Castellina Marittima, dove aveva riprodotto fedelmente il suo studio di Milano. Sono stati anni piacevolissimi, poi ha iniziato a camminare con una certa fatica ed è cominciato il calvario. A Milano lavorava ancora, ma si accorgeva che la sua mano non aveva più la sicurezza di una volta. La sclerosi multipla, avanzava, nonostante le cure. Dovette usare il bastone per camminare, ma era per lui un’umiliazione. Negli ultimi mesi mi diceva sempre "Non so come fare, vorrei morire, ma non so come fare".