Quando è scesa in campo per la prima volta, a sette anni a Finale Emilia, la piccola Leo capitanava... una squadra di maschi. "Fino a qualche anno fa una bambina che giocava a calcio era vista come un’extraterrestre", sorride Eleonora Goldoni, 24 anni, stella del calcio femminile di serie A, oggi al Napoli dopo aver vestito la maglia dell’Inter.

Eppure quella ragazzina non aveva certo paura dei sorrisetti ironici dei maschietti: e poi, appena la vedevano scatenarsi a suon di gol, nessuno più osava aprire bocca. "Anche in casa c’era sempre qualche pallone in giro", aggiunge Eleonora: il papà Mario, avvocato, ha un passato di giocatore di serie D, il fratello Nicolò coltiva la stessa passione. Insomma, quando poi – sempre quell’anno – la portarono in gita allo stadio di San Siro per applaudire l’Inter, Eleonora non ebbe più dubbi: "Tornai a casa e dissi: voglio fare la calciatrice".

Con fatica, impegno e sacrificio, ce l’ha fatta. E ora può anche raccontare la sua storia in un libro vivace e coloratissimo, Preferisco i tacchetti (Mondadori).

Eleonora, ma perché proprio il calcio?

"Ho provato tante discipline, dal tennis alla danza alla ginnastica artistica, anche per accontentare la mamma che temeva mi venissero le gambe grosse e che crescessi sgraziata. Alla fine, tornavo sempre al calcio: è un gioco di squadra, mi fa sentire più appagata".

Ha dovuto affrontare comunque i pregiudizi...

"Fino a qualche anno fa gli stereotipi sulle donne che giocavano a calcio erano fortissimi: si pensava che fossero tutte con i capelli rasati, molto mascoline. Macché. Con i capelli corti o lunghi, chiunque può giocare a calcio ad alti livelli, proprio come avviene nella pallavolo. E oggi il calcio femminile sta spopolando fra le bimbe".

A un certo punto lei è volata negli States. Perché?

"In America il soccer è lo sport femminile per eccellenza, e ci sono strutture, allenatori, squadre. Mi piaceva l’idea di mettermi alla prova e anche di studiare al college. Dopo essere stata in Turchia con la Nazionale Under 19, ho ricevuto le proposte di alcune università americane. Ho scelto il Tennessee, la patria del country, e sono entrata nelle Lady Buccaneers".

È stato difficile?

"All’inizio sì, mi mancava soprattutto la mia famiglia, mi sentivo sola. Poi, anche con l’aiuto delle compagne di squadra, mi sono introdotta sempre più. Ed è stata un’esperienza fondamentale".

Cosa l’ha colpita degli americani?

"Il loro senso di identità e di appartenenza, il loro patriottismo. Però meglio evitare certi cibi di cui sono ghiotti loro".

Comunque indossare la maglia azzurra della Nazionale è un’altra cosa...

"È una sensazione indescrivibile. Davvero ti senti fortunata e responsabile, perché sai che stai rappresentando il tuo Paese. Credo che sia il sogno di ogni calciatore o calciatrice".

Nella vita cosa vuol dire giocare in attacco?

"Essere sempre pronti a cogliere le opportunità giuste, imparare dalle situazioni, senza abbattersi alla prima difficoltà, che pure arriva..."

Il suo gol più bello?

"Quello che ho segnato il giorno in cui mamma e papà, a sorpresa, sono arrivati a farmi visita in Tennessee. Ero in campo e li ho visti sugli spalti: noi stavamo perdendo 1 a 0 e ho siglato due reti. Così abbiamo vinto".

Lei è molto legata alla sua famiglia, e anche alla fede...

"Sono stati proprio i miei genitori a educarmi a questi valori. Credo che Dio sia presente in ogni momento della nostra esistenza, e che ci sia una ragione per tutto: occorre solo affidarsi, lasciarsi andare. Cerco di tradurre tutto anche in opere di solidarietà per le persone in difficoltà".

Qual è il suo sogno?

"Tornare a vestire la maglia della Nazionale ed essere di ispirazione per tante bambine che vorrebbero giocare al calcio ma magari non si azzardano a provare".

E cosa le piacerebbe dire ai ragazzi della sua età?

"Di non rinunciare mai ai propri desideri, di non scoraggiarsi per un insuccesso, di provare e riprovare. Per non avere mai il rimpianto di non averlo fatto".