Foto: Alessandro De Maddalena/iStock
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Lo squalo mako, conosciuto anche con il nome smeriglio o mako pinna corta, è una specie che gli scienziati considerano vulnerabile e che rischia di avvicinarsi rapidamente a uno stato di ancora maggiore rischio per la propria sopravvivenza. Sarebbe un esito ironico, considerato che parliamo dello squalo più veloce al mondo (può sfiorare i 70 chilometri all'ora). La colpa è della mancata regolamentazione della sua pesca e chiama in causa soprattutto i paesi dell'Unione Europea.

I RISCHI PER LO SQUALO MAKO

Le femmine di questo pesce raggiungono la maturità più tardi, rispetto ad altri squali, per la precisione intorno ai diciotto anni d'età. Proprio questo rende il mako particolarmente vulnerabile di fronte alla pesca intensiva, perché il rischio è di uccidere gli esemplari femmina prima che possano diventare fertili e partorire. Il fatto è che al momento la pesca del mako non è affatto regolamentata, cioè non esistono delle quote valide internazionalmente e che non possono essere superate.

L'ALLARME DEGLI SCIENZIATI
A livello sovranazionale esiste un organo chiamato International Commission for the Conservation of Atlantic Tunas (ICCAT) e del quale fa parte anche l'Unione Europea. Nel 2017 l'ICCAT aveva convenuto fosse necessaria una riduzione della pesca, accogliendo l'allarme degli scienziati conservazionisti, che avevano evidenziato i rischi per il mako. Ma i dati raccolti da gennaio a giugno del 2018 hanno mostrato che la pesca era già stata del 50% più alta rispetto alla quota annuale raccomandata.

IL FALLIMENTO DELLA ICCAT
L'aspetto da considerare è che precedenti azioni della ICCAT si erano rivelate efficaci, ad esempio nella preservazione di altre due specie di squali: lo squalo volpe occhione e lo squalo pinnabianca oceanico. Dunque qualcosa si è inceppato negli ultimi tempi, portando all'inadeguato intervento nei confronti del mako. Con le parole di Sonja Fordham, dello Shark Advocates International: "È profondamente scoraggiante constatare che l'ICCAT fa di tutto per migliorare la comprensione scientifica e il monitoraggio della pesca del mako, ma nel contempo che ci sono persone che si sottraggono alle loro responsabilità per prevenire la decimazione della popolazione di squali".

LA RESPONSABILITÀ DELL'EUROPA

Proprio l'accuratezza dei dati raccolti dall'ICCAT consente di comprendere che, nel periodo gennaio-giugno 2018, il 65% della pesca del mako è stata effettuata da navi europee, soprattutto spagnole e portoghesi. Percentuale che spinge Ali Hood, di Shark Trust, a dire: "Chiediamo a tutti gli stati membri dell'UE di pretendere dalla Commissione l'imposizione immediata di un divieto di pesca dei mako da parte delle flotte europee, in ottemperanza a quanto raccomandato dagli scienziati".

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