Giovedì 18 Luglio 2024
CARLA MARIA CASANOVA
Spettacoli

Mostra del cinema di Venezia 2023, arriva il divino Bernstein

Il film di Bradley Cooper sul grande musicista. Geniale e collerico, padre di tre figli e icona gay: una figura piena di fascino

Leonard Bernstein

Leonard Bernstein

La nonna fu irremovibile: doveva chiamarsi Louis e così lo fece iscrivere all’anagrafe. Ma per i genitori doveva essere Leonard, tanto che, appena fu possibile, corressero l’anagrafe. In definitiva, lui fu, per sempre, Lenny. Leonard Bernstein. L’autore di West Side Story, e già è detto tutto. Adesso esce il film ‘Maestro’ a lui dedicato, regista e interprete Bradley Cooper, in concorso a Venezia 2023 (da domani al 9 settembre). Nato nel Massachusets da famiglia ebraica polacca, il 25 agosto 1918. Il padre, Sam Bernstein, uomo di affari benestante, all’inizio si oppose all’interesse del figlio per la musica. Ma lo portava con sé ad ascoltare concerti sinfonici (grande imprudenza!). Infatti, capitò la fatale volta che Leonard (ancora Louis) ascoltò un concerto per pianoforte e ne fu talmente colpito da decidere ipso facto di dedicarsi alla musica. Aveva dieci anni.

Fu iscritto alla famosa Boston Latin School, dove si diplomò nel 1935. Studiò poi musica alla Harvard University e successivamente al Curtis Institute of Music di Filadelfia con Fritz Reiner. Intanto, compiva anche gli studi di pianoforte. Insomma, un inizio predestinato per uno che voleva far musica. Nel 1943 Bernstein debuttò come direttore sostituendo Bruno Walter malato. Due anni dopo fu nominato direttore musicale della New York City Symphony Orchestra. Nel 1947 fu a TelAviv, inaugurando una lunga collaborazione con Israele, dove nel 1949 diresse la prima esecuzione assoluta di Turangalila di Oliver Messiaen. Divenne famoso. Talmente famoso che Classic Voice (un po’ di anni dopo, d’accordo), nella classifica dei 100 direttori più celebri al mondo, classificò Bernstein al secondo posto, dopo Carlos Kleiber.

Ricordo che arrivò alla Scala per dirigere Medea di Cherubini, il 10 dicembre 1953. Protagonista Maria Callas. Due divinità. Eravamo davvero nell’Olimpo. Lui era un giovane Apollo davanti al quale tutte le signore della Milano-bene cadevano in deliquio. Lei era lei. Poi lui tornò, nel 1955, sempre alla Scala, a dirigere sempre la Callas ne La Sonnambula , regista Luchino Visconti. Musicista, pianista, direttore, compositore di musica sinfonica, strumentale, operistica, operettistica, musical, colonne sonore, Leonard Bernstein fu artista complesso dai molti problemi. Arthur de Laurentis, librettista di West Side Story , lo definì "uomo gay che si è sposato. Tutto qui". Già, non sarebbe né il primo né l’ultimo, nessun problema. Il problema c’era in quanto Leonard Bernstein viveva male questa sua duplicità.

Dopo un fidanzamento tumultuoso, nel 1951 sposò la bellissima attrice Maria Felicita Montealegre, dalla quale ebbe tre figli. Con la moglie fu un rapporto felice. Divisero anche le opinioni politiche, nettamente di sinistra. Insieme si opposero pubblicamente alla guerra del Vietnam. Poi pare che la moglie venne a sapere (ma vuoi dire che non lo sapesse?) delle precedenti relazioni omosessuali del marito e volle il divorzio. Bernstein ebbe una lunga relazione con Tom Cathram e poi, per dieci anni, con il giapponese Kunhiko Hashimoto. Tornò ad occuparsi della moglie quando lei si ammalò di un tumore ai polmoni che la portò alla morte e Bernstein non seppe perdonarsi immaginando che si era ammalata a causa del dolore per la loro separazione. Contrariamente a molti suoi contemporanei, Bernstein non venne mai iscritto nella “lista nera” Usa dei simpatizzanti comunisti.

Di carattere era bizzarro. Poteva infiammarsi in ire furibonde, lasciare il podio se un orchestrale sbagliava una nota, dirigere volutamente malissimo se il pezzo non gli piaceva. Dirigeva d’istinto, saltellando senza nessuno stile. Eppure infuocava il pubblico. Fu lui a cambiare, nel celebre Inno della Nona sinfonia di Beethoven, la parola Freiheit (Libertà) con Freude (Gioia), con la giustificazione: "Sono sicuro che Beethoven ci avrebbe dato la sua benedizione". Assai più avvincente, l’ Inno alla Gioia ! Era soprattutto spontaneo, lato che gli fruttò tante simpatie. Una forza della natura. Alla Scala arrivò nei suoi ultimi anni a dirigere un’orchestra di giovani. Invecchiato, drogato, malato, coperto di sudore, non era bello da vedersi. Eppure, un certo fascino animalesco l’aveva ancora. Quando morì, il 14 ottobre 1990, a 72 anni, per un tumore ma distrutto dall’alcol, furono in tanti a piangere.