Venerdì 19 Luglio 2024
VALERIO
Spettacoli

Dalle bonifiche all’alluvione, sono note di vita

L'inno "Romagna mia" di Secondo Casadei rappresenta la nostalgia e la resilienza del popolo romagnolo, testimoniando la storia e la forza di una comunità che affronta le avversità con determinazione e orgoglio generazionale.

Baroncini

Più che un inno è un’intermittenza del cuore. Manifesto e anima, dal 1954 del boom economico al 2024 della ricostruzione: ‘Sento la nostalgia del passato’, iniziava così Secondo Casadei. E in ‘Romagna mia’ metteva a fuoco proprio una parola chiave, ‘nostalgia’, che non a caso è formata da due termini greci, nostos, il ‘ritorno a casa’, e algos, il ‘dolore’. Forse non è casuale che il ‘dolore del ritorno’ – quelle note gravi ma mai disperate che riempiono un valzer conosciuto in tutto il mondo – siano diventate il simbolo dell’alluvione più devastante: cantata sugli argini, cantata nelle piazze dai ‘burdel de paciug’ (i ragazzi del fango), cantata nelle strade fra i mobili devastati, cantata dai soccorritori arrivati da tutto il mondo, cantata anche ora che le case si rianimano, ‘Romagna mia’ non è solo l’inno di un popolo. È la fotografia di gente concreta, abituata a lavorare: terra di ‘scariolanti’ che hanno da sempre affrontato l’acqua sanando paludi e costruendo argini. Un lavoro durissimo: plotoni fatti di uomini in bicicletta armati di vanga e carriola che venivano arruolati di settimana in settimana al suono di un corno che scandiva la mezzanotte; pagamento a fine giornata, cioè a mezzogiorno; il rischio della malaria e la lontananza da casa. Le bonifiche hanno alimentato un reticolo che è prima di tutto cultura, poi economia, e infine sistema sicuro. Il sistema simboleggiato dalla caveja, il perno che nei carri teneva fermi i gioghi, sulla bandiera giallorossa dell’orgoglio locale. Un simbolo di operosità e resistenza. Ed è qui che arriva la ‘casetta mia’ cantata da Casadei: Romagna è soprattutto casa, ‘casetta’, quella casa che per molti è mancata, per migliaia ancora lontani dalle proprie abitazioni. C’era, in questa nostalgia del passato, in questo dolore del ritorno, qualcosa di profetico: si può andare sott’acqua, ma anche ripartire. Ecco perché ‘Romagna mia’ diventa anche un impegno generazionale. Dal 1954 al 2024. E ancora oltre.