Venezia, 3 settembre 2021 - Il primo film italiano a Venezia è anche uno dei più attesi ed è stato mostrato in anteprima mondiale ieri. È stata la mano di Dio, di Paolo Sorrentino, Oscar per La grande bellezza, il regista della serie The new Pope. In concorso alla Mostra del cinema, È stata la mano di Dio (nelle sale italiane dal 24 novembre, e dal 15 dicembre su Netflix) è anche il primo film in cui Sorrentino racconta se stesso. Sempre con ritmi episodici e atmosfere grottesche, esasperate, "alla Sorrentino": però, questa volta, racconta la sua vita. Ripercorre l’adolescenza a Napoli. La solitudine, il desiderio, il sesso, l’amore, il dolore. Un dolore bruciante, la perdita dei genitori a 16 anni.

I movimenti della cinepresa lasciano il posto a uno stile più dimesso: come se il Sorrentino regista avesse voluto fare posto all’altro, al ragazzo che era. Quello che cresceva nella Napoli degli anni ’80, quello che ascoltava la musica nelle cuffiette e i genitori che litigavano nella stanza accanto. Quello che aveva l’abbonamento per il Napoli di Maradona, e che sarebbe andato incontro a una perdita straziante. Nove minuti di applausi, ieri, e la commozione del regista sono state le prove che l’emozione è arrivata a destinazione.

Sorrentino, è il suo film più personale, più intimo. Perché proprio adesso?

"Ho cinquant’anni, tempo di bilanci. Ho sentito che tutto quell’amore vissuto e quella caterva di dolore potevano diventare un racconto cinematografico. Mi sono sentito abbastanza grande per affrontarlo».

Quanto coraggio è stato necessario?

"Io nella vita sono molto pauroso: ma nel cinema mi sembra di essere stato sempre abbastanza coraggioso. Stavolta c’è voluto più coraggio. Anche il coraggio di fare un film semplice".

È stato un film liberatorio?

"Un film non basta a liberarti di cose che ti segnano la vita. La mia famiglia mi ha aiutato a tenermi a galla, ma certo caratterialmente pago le conseguenze di quello che ho vissuto. Ho scritto questo film anche per i miei figli, per spiegare loro certi miei comportamenti".

È stata la mano di Dio è la frase con cui Maradona giustificò il suo goal di mano all’Inghilterra, ai Mondiali del 1986. Nel 2014 gli dedicò il suo Oscar, ora il film: ne avevate parlato insieme?

"Purtroppo no. Maradona non era un uomo facilmente accessibile, e non sono mai riuscito a parlargli. Il mio grande rammarico è di non avergli potuto mostrare il film".

Cosa cercava in Filippo Scotti, l’attore che interpreta il suo alter ego? 

"Vedevo in lui la stessa timidezza, la stessa inadeguatezza che ricordavo in me, da ragazzo".

Al centro del film c’è Napoli. Maradona, ma anche un amico contrabbandiere, il mare, Capri: cos’è per lei Napoli?

"Una città in cui tutto si mescola, una giungla dove trovi di tutto: leoni, uccelli meravigliosi, la bellezza del sacro, l’erotismo del profano".

Ricostruire gli anni ’80, quelli in cui cresce il protagonista, che lavoro ha comportato? 

"Da spettatore, sento che i film a volte si perdono nell’eccessiva cura dei dettagli d’epoca. A me non interessava riempire il film di pullover rosa e zainetti Invicta: volevo raccontare sentimenti che sono universali, e che incidentalmente accadono negli anni ‘80». Il suo stile in questo film appare diverso, diretto. «Nei film precedenti facevo ricorso ai trucchi, a movimenti di ripresa. Qui ho capito che non potevo. Basta mettere lì la cinepresa e dire agli attori: andate".

Nel cast del film, Teresa Saponangelo, Luisa Ranieri, Renato Carpentieri e Toni Servillo. Con cui prosegue un sodalizio artistico durato vent’anni. Servillo, che cosa significa per lei questo nuovo film, 20 anni dopo L’uomo in più, il vostro primo film insieme?

"Sono felice di avere vissuto 20 anni insieme a Paolo. Sono stato, dice lui, un fratello maggiore. In questo film mi fa interpretare suo padre. Da fratello, sono stato promosso papà".