Matilda De Angelis (Lapresse)
Matilda De Angelis (Lapresse)

Roma, 7 maggio 2018 - Papà punkabbestia, mamma fricchettona. E lei, veloce come il vento, a conquistarsi un posto nel cinema. A 23 anni, Matilda De Angelis ha cinque film all’attivo. 

Ora una nuova sfida?

"Dopo 'Veloce come il vento' volevo dimostrare che non era tutto un caso, che non ero quella incontrata per strada e baciata dalla fortuna. Ce l’ho messa tutta. E aver interpretato questo ruolo in 'Youtopia' è per me la vittoria più grande". Nel film d’esordio, Matilda era la ragazzina che correva a tutto gas, inghiottendo curve e paura, allenata dal fratello tossicodipendente Stefano Accorsi.

Ma prima, per lei c’era la musica.

"Sì. La chitarra, il violino, la voce. E il gruppo bolognese Rumba de Bodas, con cui ho girato l’Europa in tour, quando avevo vent’anni. Ora che faccio il cinema mi sembra quasi di averli traditi". Ventitré anni vissuti divorando le tappe: il premio Guglielmo Biraghi a Taormina, l’inclusione nella pattuglia delle 'Shooting Stars', cioè le promesse del cinema europeo, all’ultimo festival di Berlino. E due parti importanti nei film 'Una famiglia' di Sebastiano Riso e 'Il premio' di Alessandro Gassman. Adesso, il secondo ruolo da protagonista. In 'Youtopia' di Berardo Carboni, in questi giorni sugli schermi.

Il suo personaggio?

"Io, Matilda, interpreto Matilde: una webcam girl. Mi spoglio per guadagnare soldi e pagarmi l’università. Ma mia madre è sommersa dai debiti e sta per perdere la casa, decido di mettere all’asta, online la mia verginità. Un personaggio perennemente in bilico tra fragilità e coraggio".

Come lo racconterebbe?

"Quello che mi piace di lei è che non è una vittima: è consapevole di quello che sta facendo, sceglie di farlo. Matilde prende in mano la sua vita, anche quando decide di sacrificarsi. È tante cose insieme: è un’eroina romantica, ha una maschera di cinismo, di freddezza. Ma è anche ingenua, bambina, naive. Sembra che niente e nessuno la possano sfiorare; poi diventa dolcissima nel rapporto con l’avatar di un videogioco, con il quale si confida".

È stato difficile affrontare le scene di nudo?

"Era uno scoglio reale: non mi spoglio certo tutti i giorni davanti a sconosciuti. Ma era tutto il mettersi a nudo complessivo di Matilde che era difficile".

Come ci ha lavorato?

"Dovevo prepararmi, abituarmi. Il nudo nel film è brevissimo, ma provare e riprovare le scene con la troupe intorno non era proprio facile. Con Berardo, il regista, eravamo d’accordo che la nudità non dovesse essere gratuita, o puramente erotica, ma che fosse lo specchio di tanto altro".

Come è nato il suo percorso artistico? Pensava alla ribalta, alla scena?

"Sì, ma con la musica. Sogno di diventare musicista da quando avevo sei anni. Era il mio piano A. Ma adesso il cinema mi rende felice, mi piace, penso che faccio il lavoro più bello del mondo, e che sono una fortunella pazzesca".

In 'Youtopia' la seduzione avviene sul web. Un territorio spesso oscuro. Quali sono i suoi rapporti con i social?

"Non ne sono schiava. Non mi relaziono molto con Facebook, e con il tipo di generazione che lo maneggia. I più giovani usano Instagram: io lo uso, ma solo come strumento di lavoro. Non sono una maniaca che passa tutto il giorno a postare foto o a far sapere i fatti suoi al mondo".

Le webcam girl sono sempre di più. Che ne pensa?

"Ci sono ragazze, soprattutto negli Usa, che lo fanno in maniera consapevole, per guadagnare soldi facili e veloci. Non le giudico: con il loro corpo possono fare quello che vogliono. Il mio personaggio fa quello che fa perché vittima di una situazione di totale abbandono".

Da una parte la realtà, dall’altra il mondo virtuale. Che diventa sempre più reale.

"E questa ossessione del virtuale è pericolosa: ci sono in Giappone, ma anche da noi, giovani che non escono di casa, che vivono solo per il computer e gli smartphone. L’idea di intimità oggi è stravolta. Tutte le ragazze che mettono cose intime sui social mi fanno uno strano effetto. E sì che sono nata nel 1995, mica nell’Ottocento".

Ci sono stati momenti di difficoltà nella sua vita?

"La mia adolescenza è stata segnata da un problema: l’anoressia. Le cause? Più di una: un bisogno di attenzione, di affetto. Era un modo drastico per dire ‘sono qui, guardami’. Quando hai quindici, sedici anni è tutto molto drammatico: i rapporti con i genitori, o con il ragazzo che ti piace. E rischi facilmente di non accettarti".

Che cosa si sente di dire, oggi a chi vive lo stesso problema?

"Cerco di mostrare la mia parte più umana, anche sui social: di mostrare anche le foto con i brufoli o con le smagliature. È necessario accettare se stessi: e le foto perfette che vediamo sui social sono una mistificazione".

Che cosa è stata per lei l’anoressia?

"Un modo di vedersi, di deformare la propria immagine che è terrificante, e che ti porti dietro tutta la vita. Non sei mai del tutto in pace con questo".

Come ha superato il problema?

"Cerco di dare importanza ad altre cose, piuttosto che puntare sul mio aspetto fisico. Ma non se ne esce mai del tutto. Comunque, la vittoria più grande è non giudicarsi. Accettarsi con i propri problemi e con le proprie schifezze".

Ha ancora difficoltà ad accettarsi?

"Da certi problemi non si esce mai del tutto. È come il drogato che si ripulisce, ma al quale basta il minimo dolore per ricadere a farsi la dose".

I suoi genitori come sono?

"Due matti. Uno era un punkabbestia negli anni ’80 a Bologna; l’altra una strega fricchettona. Due persone illuminate, nel cercare di insegnare a me e a mio fratello a vivere le nostre passioni, senza dimenticare mai che la vita è dura".

Sua madre l’ha incoraggiata nel percorso artistico?

"Sì: sempre al mio fianco, ma ‘amore, tirati su le maniche’. Perché la pappa pronta non ce l’hanno mai offerta".