Sheherazade e il sultano Schariar, di Ferdinand Keller (1880)
Sheherazade e il sultano Schariar, di Ferdinand Keller (1880)

ESATTAMENTE lì, nel punto in cui si incrociano il cartone animato Aladino della Disney e la suite sinfonica di Rimskij-Korsakov, Il ladro di Bagdad con Douglas Fairbanks e Il fiore di Pasolini, esattamente lì vivono da secoli e secoli Le mille e una notte. Originaria dell’India e con antenati persiani, la raccolta di novelle orientali di vari autori, di origine egiziana e mesopotamica, è diventata celebre grazie a una versione araba della fine dell’VIII secolo/inizio del IX. Tradotta per la prima volta in francese da Antoine Galland fra il 1704 e il 1717, è oggi tra le opere più lette al mondo e si è trasformata ed evoluta incessantemente con il passare del tempo fino ai nostri giorni. 
 
IL NUMERO 1001 non va preso alla lettera, poiché “mille” significa in arabo “innumerevoli” e quindi 1001 significa un numero infinito. La raccolta è incentrata sul re persiano Shahriyar che, tradito da una delle sue mogli, non trova di meglio – come civile e distaccata reazione all’evento – che uccidere sistematicamente tutte le sue spose al termine della prima notte di nozze. L’uomo però non ha fatto i conti con l’intelligenza di Sheherazade, figlia del gran visir, la quale oltre che bella è anche stufa della strage continua; la giovane, insieme alla sorella, elabora un piano per placare il re pazzo, anzi pazzo di misoginia, e ogni sera prende a raccontargli una storia, rimandando il finale al giorno dopo. Va avanti così per “mille e una notte”. Alla fine ovviamente il re se ne innamora e neanche la uccide, ma questo è solo un dettaglio. Scriveva Calvino nelle Lezioni americane: «L’arte che permette a Sheherazade di salvarsi la vita ogni notte sta nel saper incatenare una storia all’altra e nel sapersi interrompere al momento giusto: due operazioni sulla continuità e discontinuità del tempo. È un segreto di ritmo, una cattura del tempo che possiamo riconoscere dalle origini: nell’epica per effetto della metrica del verso, nella narrazione in prosa per gli effetti che tengono vivo il desiderio d’ascoltare il seguito». Nel Decamerone come nel Don Chisciotte. E, se Calvino fosse ancora fra noi, aggiungerebbe certamente la stessa cattura del tempo utilizzata nelle serie di telefilm Netflix da guardare un episodio dietro l’altro, compulsivamente. 
 
DETTA così, Sheherazade non ha mai smesso di raccontare le sue storie: e infatti Le mille e una notte, proprio in questi giorni, sono diventate le “Mille e quattro notti”: tre racconti inediti sono stati ritrovati in un manoscritto custodito nella Biblioteca dell’Università di Strasburgo. Verranno pubblicati domani per la prima volta in italiano dalla casa editrice Marietti 1820 in un libro dal titolo Il ragazzo, la donna e il vecchio poeta (138 pagine, 12 euro). Sconosciuti fino all’inizio di questo secolo, i tre testi dipingono con grande libertà uno scorcio di vita quotidiana egiziana: i rapporti difficili fra i governanti e i loro sottoposti, corruzione e codici d’onore, il peso e la rigidità delle convenzioni sociali, la forza e la fragilità delle donne e della popolazione povera. Spiega Aboubakr Chraibi, curatore del libro: «Non sono racconti eruditi, né popolari: sono destinati al piacere raffinato del lettore».
 
NEL PRIMO racconto inedito, Hasan, il ragazzo i cui desideri si avveravano sempre, il protagonista incarna al tempo stesso Aladino e la sua lampada poiché sposa la principessa e ha il potere di ottenere tutto ciò che desidera. Nel secondo inedito, Yasamin, la favorita del sultano e il giustiziere dei sarti, si ritrova la bella e onesta concubina, minacciata nella sua virtù ma decisa a non cedere; il terzo racconto, Il vecchio poeta Hasan, l’albero, la tomba e il monastero è un omaggio a due personaggi «faro» delle Notti: il poeta Abu Nuwas e soprattutto il celebre califfo Harun al-Rashid. 
 
INSOMMA, Sheherazade continua a raccontare. Innamorati dell’India – un po’ meno di come vengono trattate in India le donne – più che il pur simpatico dio indù Ganesh dalla testa d’elefante, che scrisse il Mahabharata spezzandosi una zanna da utilizzare come penna, la immaginiamo come Sarasvati, perennemente a cavallo di un cigno, al suono del suo sitar, dea della conoscenza e delle arti. Donna indipendente, creatrice e pensatrice. L’unica, libera.