Nel Viale del tramonto lui è un ragazzone belloccio, lei una vecchia decrepita ossessionata dalla ricerca impossibile della beltà irrimediabilmente sfiorita. In una delle scene memorabili del capolavoro hollywoodiano di Billy Wilder che uscì nel 1950, esattamente settant’anni fa, lui, lo sceneggiatore squattrinato Joe Gillis, dinnanzi all’ennesimo capriccio della diva Norma Desmond, sbotta: "Non c’è niente di tragico ad avere 50 anni, se non se ne vogliono avere 20 a tutti i costi". Gillis è interpretato da William Holden, l’attore il cui nome resta stampato sui libri di storia del cinema per le parti di farfallone milionario (Sabrina) o di bandito del West (Il mucchio selvaggio), e nei titoli delle pagine di cronaca in quanto evasore fiscale e omicida di un uomo, in Toscana, 1966, mentre guidava ubriaco. All’epoca di Sunset Boulevard il bel William – nella realtà – aveva 32 anni; Norma Desmond che vive nel lusso del glorioso passato di diva del...

Nel Viale del tramonto lui è un ragazzone belloccio, lei una vecchia decrepita ossessionata dalla ricerca impossibile della beltà irrimediabilmente sfiorita. In una delle scene memorabili del capolavoro hollywoodiano di Billy Wilder che uscì nel 1950, esattamente settant’anni fa, lui, lo sceneggiatore squattrinato Joe Gillis, dinnanzi all’ennesimo capriccio della diva Norma Desmond, sbotta: "Non c’è niente di tragico ad avere 50 anni, se non se ne vogliono avere 20 a tutti i costi".

Gillis è interpretato da William Holden, l’attore il cui nome resta stampato sui libri di storia del cinema per le parti di farfallone milionario (Sabrina) o di bandito del West (Il mucchio selvaggio), e nei titoli delle pagine di cronaca in quanto evasore fiscale e omicida di un uomo, in Toscana, 1966, mentre guidava ubriaco. All’epoca di Sunset Boulevard il bel William – nella realtà – aveva 32 anni; Norma Desmond che vive nel lusso del glorioso passato di diva del muto industriandosi per un ritorno in scena ormai fuori tempo e fuori luogo, e che s’innamora di Holden, è interpretata da Gloria Swanson che all’epoca – nella realtà come nel film – di anni ne aveva 51. Il messaggio era chiarissimo: a differenza di un uomo, una donna a cinquant’anni è fisicamente, sensualmente e sessualmente morta. Kaputt, pussa via, è disgustosa in quanto irrimediabilmente vecchia e schifosa, ed è tragicamente ridicola e ancor più ributtante se putacaso s’ingegna o si ostina a voler ritrovar fascino, esercitare seduzione, figuriamoci a pretendere l’amore di un partner più giovane di lei.

Nel 1950 il Viale del tramonto è sia quello in cui si oscura il cinema del passato, dei Buster Keaton e dei von Stroheim, sia quello in cui precipita con disperata follia una donna ormai inutile, perché cinquantenne e quindi vecchia. Son passati 70 anni, da allora, e di donne cinquantenni e ultra che splendono utili, giovani e rigogliose come e più delle sorelle trentaquarantenni è pieno il mondo. Non solo dello show business – Monica Bellucci e Sharon Stone, Julia Roberts e Jennifer Aniston, Demi Moore e Sandra Bullock, poi la Schiffer e Naomi, poi Isabella Ferrari, la Ferilli, la Neri, la Cucinotta – ma anche e normalmente intorno a noi. Madri e nonne che si scambiano trucchi e vestiti con figlie e nipoti, vamp over 50 che ti tramortiscono col décolleté trionfante e il tacco a spillo supersexy pure di prima mattina dal pizzicagnolo così come austere lady canute che, dalla sobria tenuta bon ton, distillano gocce di seduzione – io ho esperienza e humour caro, la trentenne no – a portata di carrello Esselunga.

Settant’anni dopo il Viale del tramonto tutti, uomini e donne, mangiamo e ci curiamo meglio e abbiamo pure a portata di mano una fiorente industria cosmetica e chirurgica di mezzi di manutenzione – se non di trasfigurazione – che è un invito continuo a illuderci che il tempo passi attraverso i nostri corpi sempre più lentamente, o non ci passi affatto. Mentre cresce – anche tra i giovanissimi – la convinzione che l’ageism (discriminazione per età) sia da annoverare tra i peccati mortali della contemporaneità. Guai a esprimere perplessità circa il buon gusto del vegliardo settantenne che si posta su Instagram mentre balla la macarena in minislip, o della superstar automummificatasi da capo a piedi a colpi di botox, che insiste a 80 anni a mostrare urbi et orbi le ex chiappe in calze a rete. Altro che la Magnani che intimava al truccatore: "Lasciami tutte le rughe, non me ne togliere nemmeno una. Ci ho messo una vita per averle".

C’è un’opera lirica bellissima, Il cavaliere della rosa, composta da Richard Strauss nel 1909 sull’amore e la sessualità in una donna anziana, la Marescialla, che ha una relazione col giovinetto Octavian. Lei si strugge perché sa che l’amato dovrebbe vivere con una coetanea, e che lei dovrebbe lasciarlo e farsene una ragione. Incarna la comprensione del presente, del passato, del futuro. E recita un verso memorabile sul Tempo: "E nel ‘come’ sta la vera differenza". Stesso discorso per Shakespeare, quando mettiamo a confronto gli amori fra i giovani Romeo e Giulietta e i più maturi Antonio e Cleopatra: è solo per questi ultimi due che il corpo umano è un fiume di tempo, non una forma estetica ideale.

Maschi e femmine pari son. Eppure, e nonostante tutto, quell’invecchiare che tocca democraticamente ogni esistenza – 70 anni fa come oggi – resta sempre peggio per le signore: il complimento? "È ancora una bella donna". Il credo macho? Le doti di una donna sono esclusivamente lì, nella non-senectus feminarum, quando qualità umane, mansioni e diritti nulla hanno a che vedere con il genere. Hanno a che vedere con l’intelligenza, forse. E se sei intelligente lo capisci al volo: non c’è niente di tragico ad essere donne cinquantenni, anzi. È molto più facile che avere 20 anni.