Settant’anni di Rai. Così la tv arrivò in Italia. Una volta educava ora continua a unirci

Dalla lotta all’analfabetismo ai record di Sanremo in tempo di streaming. Il comune sentire di un Paese attraverso varietà, partite di calcio e politica.

Settant’anni di Rai. Così la tv arrivò in Italia. Una volta educava ora continua a unirci
Settant’anni di Rai. Così la tv arrivò in Italia. Una volta educava ora continua a unirci

Settanta di questi giorni. Domani la Rai compie 70 anni: alle 11 della mattina del 3 gennaio 1954 iniziarono ufficialmente le trasmissioni regolari. Ben prima di raggiungere l’età, la tv di Stato ha sempre avuto la badante: Governo, Parlamento, partiti, commissioni di vigilanza. Eppure, nonostante questi robusti legacci, per 70 anni (ma forse meno) la Rai ha svolto una fondamentale opera culturale nel Paese, proprio come per lungo tempo hanno voluto i dirigenti: i programmi dovevano educare divertendo. La Rai ha contribuito a unificare la Nazione della cento città e delle cento lingue, sul televisore di Mazara del Vallo e di San Candido andava in onda la stessa trasmissione con la stessa lingua. Perdipiù la prima Rai aveva un vera e propria aula scolastica, il meritorio Non è mai troppo tardi del maestro Manzi che insegnava a leggere e scrivere a un Paese ancora in buona parte analfabeta. Ma all’unità d’Italia ha contribuito anche Mike Bongiorno (un oriundo, che paradosso) con un Lascia o raddoppia? che raccoglieva davanti agli apparecchi di bar e cinema (allora un tv costava più di un anno di stipendio) folle adoranti. Le persone restavano stupefatte davanti alla possibilità di vincere somme esorbitanti (ci si poteva comprare un appartamento) rispondendo a domande di alta cultura. Lascia o raddoppia? ha avuto il merito di instillare nel ceto popolare, in modo subliminale, la convinzione che la cultura non era affare da studiosi impolverati, ma qualcosa di molto concreto. Studiare poteva portare vantaggi economici importanti, allora l’ascensore sociale funzionava ancora. Allo stesso modo le inchieste di Sergio Zavoli, o i viaggi di Mario Soldati, o anche le cronache del Giro d’Italia, raccontavano l’Italia agli italiani, il Po ai calabresi e i templi di Agrigento ai bergamaschi.

Da lì in poi sono molte le trasmissioni che hanno inciso nella storia sociale d’Italia. La Domenica Sportiva e 90° minuto portarono il calcio, finora visto esclusivamente negli stadi o al massimo ascoltato alla radio, nei salotti privati: la televisione annullava le distanze, rovesciava il rapporto partita-spettatore. Arrivò Tribuna Politica – anche qui, i leader politici, finora presenti solo nei comizi di piazza, arrivarono a bussare – pur nel loro plumbeo atteggiamento – alle porte di casa di milioni di italiani. Scendevano dal loro basamento eburneo e diventavano personaggi familiari. Portobello di Enzo Tortora portò sugli schermi l’Italia degli inventori bizzarri, degli apprendisti stregoni, delle buone cose di cattivo gusto, ma soprattutto inventò la tv delle lacrime, dei ricongiungimenti familiari, delle sorprese sentimentali, tutti fenomeni fino ad allora sconosciuti che sconvolsero e affascinarono platee di venti, venticinque milioni di spettatori.

Nell’alfabetizzazione culturale grande importanza ebbe l’appuntamento fisso con il teatro, arte esclusiva per eccellenza che scendeva alla portata di platee popolari, così come gli sceneggiati che traducevano in un linguaggio universalmente comprensibile i capolavori di Manzoni o Bacchelli, ma anche i primi tentativi di un horror morigerato come Dottor Jeckyll e Mr Hyde, o Belfagor. I raffinati show del sabato sera tentavano prudenti incursioni sul terreno della satira, insieme a balletti sul filo dello scandalo, cantanti di rango (Mina per tutti), presentatori azzimati. Come in nessun altro Paese europeo, la Rai statalista ha svolto un’opera di contemporanea censura (le calzamaglie delle Kessler, la gag sul Presidente Gronchi di Tognazzi e Vianello) e prudente apertura, di divulgazione didattica insieme a educazione leggera. Fino a quando l’apparizione della tv commerciale (1980) non ha costretto la tv di Stato a un faticoso inseguimento che spesso le ha fatto dimenticare l’originaria missione di servizio pubblico.

Con l’arrivo delle piattaforme internazionali la tv generalista, e soprattutto la Rai, sembrava destinata a soccombere. Ma è proprio l’antica eredità che la salva (e forse la salverà in futuro): il patrimonio di comune sentimento che unisce gli spettatori Rai e li fa sentire parte di una stessa squadra. I grandi avvenimenti come appunto il Festival di Sanremo, le partite della Nazionale o gli stessi Tg, cementano l’idem sentire degli spettatori che si stringono a coorte. Rai che ce la fai.

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