Nino D'Angelo, 64 anni
Nino D'Angelo, 64 anni
"Quanta strada aggio fatto pe’ sagli’ sta furtuna Senza giacca e cravatta, accussi’ so’ venuto". I versi autobiografici di uno dei più grandi successi di Nino D’Angelo ("Senza giacca e cravatta") sono diventati "studio pedagogico" all’Università ’Suor Orsola Benincasa’ di Napoli dove il cantante ha tenuto una "lectio" prima di presentare il suo nuovo progetto, ’Il poeta che non sa parlare’ (libro, disco e tour) in cui racconta come ha scalato il muro della celebrità. Togliamoci subito il dente, lei si definisce un neomelodico per caso. Perché? "La parola ‘neomelodico’ è bella, ma con me non c’azzecca. Io inizio a essere conosciuto nel 1980, l’aggettivo ‘neomelodico’ viene coniato a metà degli anni Novanta. Quindici anni dopo. Come lo spiego? Con una sorta di pigrizia intellettuale, oggi tutti quelli che cantano in napoletano vengono definiti ‘neomelodici’. La verità è che i neomelodici nascono da una mia costola, ma io non lo sono". Come si definirebbe? "Mi piacerebbe essere presentato così: signore e signori ecco a voi un bravo cantante napoletano, Nino D’Angelo". Lei ha sempre tifato per Sergio Bruni, lo considerava un artista libero. Ne ha incontrato altri così? "Gli artisti liberi sono quelli che fanno quello che hanno in testa, non quello che chiede il pubblico. Bruni, Roberto Murolo e...

"Quanta strada aggio fatto pe’ sagli’ sta furtuna Senza giacca e cravatta, accussi’ so’ venuto". I versi autobiografici di uno dei più grandi successi di Nino D’Angelo ("Senza giacca e cravatta") sono diventati "studio pedagogico" all’Università ’Suor Orsola Benincasa’ di Napoli dove il cantante ha tenuto una "lectio" prima di presentare il suo nuovo progetto, ’Il poeta che non sa parlare’ (libro, disco e tour) in cui racconta come ha scalato il muro della celebrità.

Togliamoci subito il dente, lei si definisce un neomelodico per caso. Perché?

"La parola ‘neomelodico’ è bella, ma con me non c’azzecca. Io inizio a essere conosciuto nel 1980, l’aggettivo ‘neomelodico’ viene coniato a metà degli anni Novanta. Quindici anni dopo. Come lo spiego? Con una sorta di pigrizia intellettuale, oggi tutti quelli che cantano in napoletano vengono definiti ‘neomelodici’. La verità è che i neomelodici nascono da una mia costola, ma io non lo sono".

Come si definirebbe?

"Mi piacerebbe essere presentato così: signore e signori ecco a voi un bravo cantante napoletano, Nino D’Angelo".

Lei ha sempre tifato per Sergio Bruni, lo considerava un artista libero. Ne ha incontrato altri così?

"Gli artisti liberi sono quelli che fanno quello che hanno in testa, non quello che chiede il pubblico. Bruni, Roberto Murolo e Mario Merola erano artisti liberi. Poi Pino Daniele, soprattutto nei suoi primi anni di carriera. A casa mia ognuno si sceglieva il cantante preferito, io tifavo per Sergio nonostante mio nonno tenesse per Giacomo Rondinella. Lui detestava Bruni perché quando cantava nella piazza del quartiere non voleva essere applaudito, ma solo ‘ascoltato’".

Lei ha cantato al tributo pubblico di Sergio Bruni, ma è stato estromesso, insieme a Gigi D’Alessio, da quello per Pino Daniele. Le hanno mai detto perché quell’invito non arrivò mai?

"Non solo non me l’hanno spiegato, ma neppure l’hanno scritto. Io e Gigi abbiamo subito un’ingiustizia. La spiegazione? C’è una specie di razzismo di razzismo musicale nei miei confronti".

Discriminazione musicale?

"Glielo spiego con un esempio. Io non sono mai stato invitato al ‘Premio Tenco’, non solo come ospite ma neppure per stare semplicemente seduto in sala. Eppure ho fatto un disco come ‘Terra Nera’ di cui si è parlato tanto nei circoli intellettuali, sono sempre stato vicino al popolo, ho sempre svolto un’azione sociale con le mie canzoni. Tutti dicono che sono stato ‘sdoganato’, sarà. Ma io mi sento come uno che, appena varcata dogana, deve restare fermo perché gli hanno trattenuto i documenti".

La puzza sotto il naso è perché da giovane ha fatto il cantante ai matrimoni?

"Allora era una cosa seria, venivi ingaggiato dagli impresari sotto la Galleria Umberto, dove era meglio che ti presentavi con il vestito buono e la valigetta 24 ore, pronto a partire. Guardi, io non mi offendo se qualcuno mi definisce cantante dei matrimoni".

Dai matrimoni all’Olympia di Parigi, al Kursaal di Berna, allo stadio Wembley di Londra. Eppure a Napoli doveva esibirsi nei teatrini di Secondigliano. Razzisti anche i napoletani?

"Una volta mi presentai a un giornalista napoletano e gli chiesi perché mi davano così poco spazio. Sa cosa mi rispose? ‘Caro D’Angelo, fenomeni come lei possono diventare pericolosi e bisognerebbe reprimerli’. Mi sfogai con Antonio Bassolino. Da grande sindaco mi aprì le porte del Teatro Mercadante e fu un trionfo. Anche quando dovetti cantare al San Carlo la città si spaccò".

Mario Merola la considerava il suo erede come re della sceneggiata. Perché non ha continuato?

"Mario è stato il più grande nella sceneggiata, il numero uno. Avrei dovuto rassegnarmi ad essere il numero due per sempre".

Tocchiamo un tasto privato e personale: lei per tre anni ha sofferto di depressione.

"La causa scatenante fu la morte dei miei genitori, erano giovani, mia madre morì a 58 anni, papà a 62. Fino ad allora mi sentivo invincibile, il successo i fan, i soldi. Poi la perdita, il lutto. Il vuoto. Molti hanno vergogna ad ammetterlo che sono stati depressi, io no. La depressione è una malattia democratica, prende i ricchi e i poveri".

La camorra e i colpi di pistola sui vetri di casa sua, acuirono questo stato di malessere?

"No, successe prima. Forse mia madre soffrì più di me quando dovetti lasciare Napoli per forza".

Il critico e saggista Goffredo Fofi le fece tanti elogi, da quel momento lei divenne una sorta di icona per la cultura musicale nazionale.

"Dalla depressione sono uscito più cosciente e maturo, non volevo più accontentarmi del caschetto biondo. Ho fatto un album ‘Tiempo’ che Fofi apprezzò molto. Il suo interesse richiamò l’attenzione degli altri critici. Così fui sdoganato e condannato definitivamente a fare l’intellettuale, ahaahaha".

E il suo pubblico come la prese?

"Fu uno choc. Pensi che quando mi presentai a ‘Domenica In’ non mi riconobbero, poi si misero le mani in faccia: Nino, sei impazzito?".

Il suo inserimento nell’Olimpo è però avvenuto con il film ’Tano da morire’, di cui curò la colonna sonora, premiata con David di Donatello e Nastro D’Argento.

"Avevo già conosciuto la regista Roberta Torre, aveva fatto un cortometraggio su di me. Mi chiese di scrivere la colonna sonora del suo primo film, ‘O rap di Tano’. Dopo Roberta incontrai Pupi Avati, con cui ho lavorato nel film ‘Il cuore altrove’. Il provino me lo ha fatto in un bar, mentre ordinavo due caffè e un’acqua minerale. Nonostante io abbia fatto tanti film, Pupi mi ha insegnato tanto, è un maestro".

Miles Davis raccontò di amare la sua musica e di ascoltarla spesso a casa sua.

"Venne a Palermo e nel corso di un incontro con la stampa disse: mi piacciono le canzoni di Nino D’Angelo. Fu una frase che mi sconvolse la vita. Mi dicevo: in Italia mi ghettizzano, poi arriva Miles e dice a tutti che adora la mia musica. Qualche anno dopo, ho conosciuto Billy Preston, tastierista anche dei Beatles, che ha suonato in un mio disco e in alcuni miei concerti. Era uno dei più grandi amici di Miles e mi raccontò che, alle feste che Davis organizzava a casa sua, non si suonava musica americana, ma del resto del mondo. E non mancava mai qualche mia canzone".

Di cosa parlava a casa Bruscolotti con Maradona?

"Di cibo e ballo. A Maradona piacevano gli spaghetti di Mary, la moglie di Bruscolotti. Poi c’era una stanza adibita a discoteca, Diego impazziva per il ballo, uno sfrenato".

Lei è stato per due volte direttore artistico del teatro Trianon di Forcella.

"Una scommessa vinta. Mi dispiace solo che abbiano cancellato la scritta ‘Trianon, teatro del popolo’ che avevo fatto inserire. Un peccato".