"Come se un articolo di due colonne su un giornale non potesse contenere più idee, e più illuminanti, di un lungo scritto pubblicato in una rivista accademica o in un libro". Parole scritte da uno dei campioni del secolo breve, Leonardo Sciascia, di cui ricorre il centenario della nascita avvenuta a Racalmuto l’8 gennaio. Sciascia, che in arabo vuol dire “il velo del capo”. Racalmuto, che in arabo vuol dire “villaggio morto”. Proprio l’analisi dei ‘pezzi’ di Sciascia o su Sciascia sono una guida per ricordare uno scrittore eretico e polemico, impegnato e scomodo, "uno scrittore ossessionato dall’irrazionalità del male – come annota uno dei suoi più appassionati studiosi, Massimo Onofri –...

"Come se un articolo di due colonne su un giornale non potesse contenere più idee, e più illuminanti, di un lungo scritto pubblicato in una rivista accademica o in un libro". Parole scritte da uno dei campioni del secolo breve, Leonardo Sciascia, di cui ricorre il centenario della nascita avvenuta a Racalmuto l’8 gennaio. Sciascia, che in arabo vuol dire “il velo del capo”. Racalmuto, che in arabo vuol dire “villaggio morto”. Proprio l’analisi dei ‘pezzi’ di Sciascia o su Sciascia sono una guida per ricordare uno scrittore eretico e polemico, impegnato e scomodo, "uno scrittore ossessionato dall’irrazionalità del male – come annota uno dei suoi più appassionati studiosi, Massimo Onofri – del meccanismo del potere, radicalmente scettico seppure non privo di religiosità. Legato come pochi altri alle vicende letterarie e civili del nostro paese".

Il rapporto coi giornali per Leonardo è sempre stato di reciproca stima se non di amore, ma anche di aspra contrapposizione. Non a caso tutti lo ricordano per il famoso quadro, pennellato sul Corriere della sera del 10 gennaio 1987 e intitolato I professionisti dell’antimafia che provocò una valanga di polemiche ancor’oggi vive e vegete e una frattura con Paolo Borsellino (in seguito, ma solo in parte, ricomposta).

Lontano è l’amore di Sciascia per i giornali. Il primo articolo di cui si ha memoria è del 1944: si parla di Salvatore Quasimodo su Vita Siciliana. Sciascia fu anche iscritto all’Ordine dei giornalisti, fino al 1976. Poi, preferì, non avendo affrontato l’esame, restare un 'semplice' collaboratore. Anche perché Leonardo viveva 'di' e 'per' la letteratura. Impossibile ricordare tutte le sue opere (da Il giorno della civetta a Todo modo a Il contesto e via lungamente elencando).

E allora, vediamo di capire alcune caratteristiche dello scrittore di Racalmuto attraverso i ritagli dopo una lunga ricerca nei nostri archivi, aiutati dalla preziosa silloge che appare sul sito degli Amici di Sciascia, benemerita associazione di studiosi e appassionati.

Nascita di uno scrittore. "Ho sempre scritto. Come nasce? Non lo so nemmeno. Sì, sempre dalle scuole elementari, da quando ho imparato a scrivere".

Chi sono. "Mi definirei uno che cerca di semplificare, secondo verità". "Sì, credo di essere saggista nel racconto e narratore nel saggio".

Compito dello scrittore. "Per quel che mi riguarda, quello di guastare il giuoco. L’enorme giuoco a incastro in cui il potere, in ogni parte del mondo, si realizza".

Narratore. "Non mi considero un narratore puro, sono un narratore piuttosto spurio, che prende il suo bene dove lo trova, nella realtà e nei documenti".

(Presunto) giallista. Nel 1966 esce A ciascuno il suo. Ecco le illuminanti parole di Italo Calvino sull’opera: "Ho letto il tuo giallo che non è un giallo, con la passione con cui si leggono i gialli, e in più il divertimento di vedere come il giallo viene smontato, anzi come viene dimostrata l’impossibilità del romanzo giallo nell’ambiente siciliano".

Lettore popolare. "Questo lettore legge i miei libri cercando di cavarne qualcosa. Li legge come fossero dei pamphlet, non dei romanzi; non come letteratura, ma dei colpi contro il potere, quegli stessi colpi che lui vorrebbe dare se sapesse scrivere".

La cronaca. Dai fatti di tutti i giorni e della storia, dalla cronaca pura e dura insomma, Sciascia trae ispirazione. Si pensi solo a La scomparsa di Majorana del 1975, a I pugnalatori del 1976 (peraltro non ben compresa dallo scrittore), all’Affaire Moro del 1978.