Domitilla Dardi, curatore Design al MAXXI di Roma. Stiamo vivendo grandi trasformazioni, lo sappiamo. Le chiedo: il design ci cambierà la vita?

"Partiamo dal fatto che il design ci ha già cambiato la vita, noi siamo immersi nel design. Di solito si pensa a categorie tipologiche del design che sono sempre un po’ le stesse: l’arredo, l’automobile, la moda. In realtà design è tutto ciò che viene prodotto, che ci circonda, materiale e immateriale. Il computer è design come anche la piattaforma digitale che usiamo per le call e persino l’icona dell’allegato sulla posta elettronica, la graffetta, un oggetto che non utilizziamo più. Anche quello è design grafico".

Allora diciamo: come possiamo usare al meglio il design che ci circonda?

"Per questo richiamerei alla memoria quel concetto di Giulio Carlo Argan, ripreso poi da Enzo Mari, che dice: “Progettare per non essere progettati“. Cosa possiamo progettare noi tutti? Possiamo progettare le nostre scelte, è l’unica cosa che ci rimane. E lo facciamo innanzitutto cercando di informarci".

Ci faccia qualche esempio…

"Se vogliamo focalizzarci sul mondo della casa, credo che abbiamo moltissimo da imparare da quanto è stato fatto nel mondo del cibo. Il movimento Slow Food è stato rivoluzionario. Ho cominciato a sentir parlare di cibo biologico e di chilometro zero negli anni novanta, quando si andava a cercare negozi in posti sperduti, dove piccoli agricoltori proponevano prodotti che costavano dieci volte di più. Adesso troviamo questo genere di cibo tranquillamente al supermercato perché c’è stato un grande movimento di consapevolezza e di comunicazione. Si è fatto capire al grande pubblico che può evitare manipolazioni, pesticidi e deviazioni varie nella catena del cibo, perché in una visione più a lungo termine questo fa bene all’ambiente ma fa bene anche a noi, che il cibo lo mettiamo nel nostro corpo. Giusto?".

Giusto. E se ci spostiamo sul design invece?

"Beh, se pensiamo all’ambiente che ci circonda, ai materiali delle nostre case, agli arredi che tocchiamo ogni giorno e che anche loro entrano nel nostro corpo perché ci circondano e li respiriamo, allora mi chiedo: quanto conosciamo della filiera produttiva del mondo dell’arredamento? In realtà molto poco. Uno dei pochi ambiti in cui conosciamo totalmente i passaggi della filiera è quello del design editoriale, che ho scelto di sostenere con EDIT Napoli. Design editoriale significa, come nell’editoria libraria, che un imprenditore sceglie i suoi autori e costruisce una collana. La stessa cosa esiste per gli oggetti. Gli editori di arredo conoscono tutta la filiera, dal ceppo di legno a tutti gli artigiani che hanno trattato il prodotto fino ai grafici che l’hanno impacchettato. Il mass market non va demonizzato, accontenta fasce di pubblico differenti. Ma quando c’è la possibilità di interrogarsi e di scegliere, è sempre bene farlo".

Cosa deve fare a questo punto un bravo designer?

"Il designer in questa fase può avere un enorme strumento nelle sue mani che è quello di una visione a lungo termine, domandandosi qual è l’effetto domino generato dalle sue scelte progettuali. Il designer più bravo è un bravo scacchista, quello che apre il ventaglio delle possibili reazioni, perché quello che stiamo vedendo oggi è che i designer, per fare dei progetti funzionanti, hanno bisogno di una visione sistemica molto più che in passato. E quindi il vero design è il progetto di sistemi che prevede effetti, servizi, distribuzione. Non ha senso progettare qualcosa che sembra funzionale se questo comporta un enorme dispendio nelle fasi di stoccaggio e distribuzione".

E cosa dobbiamo fare tutti noi consumatori?

"Interrogarci sempre sui singoli oggetti. Porto un esempio: ce ne sono alcuni che hanno un ricambio quasi quotidiano, come succede con il packaging nell’alimentare che è giusto che duri poco. Bene, alcuni designer internazionali stanno facendo ricerche per sostituire l’idea di produzione con quella della coltivazione del packaging attraverso lo studio di un micelio, biodegradabile, che crea un materiale naturale adatto a proteggere gli alimenti per poi tornare nell’ambiente. Un’enorme organizzazione, come una catena di montaggio ma in chiave natura. Grazie al design".