Sant’Anna e le stragi del ’44: ancora non c’è pace

Quasi ottant’anni dopo la lunga estate e l’autunno degli eccidi nazisti, da Stazzema a Marzabotto, la guerra continua a tormentare l’Europa

Sant’Anna e le stragi del ’44: ancora non c’è pace

Sant’Anna e le stragi del ’44: ancora non c’è pace

di Lorenzo Guadagnucci

Era il 12 agosto 1944 e sembra ieri. Sono passati quasi ottant’anni ma la ferita di Sant’Anna di Stazzema sanguina ancora. Il contatto diretto con la guerra non si dimentica: circa 400 civili trucidati nell’arco di una mattinata e una scia di dolori, rancori e conflitti che non trova pace. Nemmeno i processi e quel po’ di giustizia che hanno portato (sia pure sessant’anni dopo i fatti), nemmeno le ricostruzioni degli storici e quel po’ di chiarezza che hanno fatto dopo anni di equivoci e sospetti, nemmeno il trascorrere del tempo e la progressiva scomparsa dei protagonisti hanno davvero chiuso in archivio questa pagina di storia e pacificato i cuori e le menti di chi c’era e di chi è venuto dopo.

La memoria è un ingranaggio a doppio taglio: può curare le ferite e tacitare l’insulto dell’indifferenza, ma è anche una potente lente d’ingrandimento sul presente, una forma di orientamento nel labirinto della storia e della cronaca. E allora sapere che la guerra è tornata in Europa e non accenna a placarsi, che sul suolo europeo e nei discorsi e nelle scelte delle autorità la vita di alcuni è tornata a non valere nulla, è un’offesa al proprio senso della storia, un tradimento della promessa fatta per ogni nuovo monumento alle vittime degli eccidi, la promessa ascoltata a ogni commemorazione e ricorrenza: mai più. Perciò si torna dei luoghi delle stragi e immancabilmente si soffre.

Si sale a Sant’Anna, si calpesta lo stesso sentiero percorso dai militari tedeschi prima dell’alba di quel 12 agosto, si arriva in paese immersi nel verde, nel silenzio e nell’angoscia e la storia d’Italia e d’Europa sembra scorrere davanti agli occhi in un’impazzita accelerazione. A Sant’Anna cominciò, o almeno si incrudelì, la stagione delle stragi. L’estate e l’autunno del ‘44 furono il tempo dell’orrore: gli specialisti militari della bonifica antipartigiana agirono senza riguardo, con metodi terroristi, e dalla Versilia alla Lunigiana, dalla Lucchesia al Padule di Fucecchio, da Gaggio Montano a Monte Sole-Marzabotto fu una scia di orrori mai visti prima in Italia, ma già sperimentati, a dire il vero, in altre parti d’Europa e di Africa, a opera a volte, come avremmo scoperto col tempo, anche dei “buoni”, cioè di noi stessi.

Mentre i tedeschi in Italia trucidavano con metodo scientifico appreso nei pogrom in Europa orientale, anche il nostro esercito praticava la guerra ai civili in Jugoslavia e in Grecia, in Albania e in Etiopia. L’Europa, intesa come idea di unione e in prospettiva di federazione, nacque su quella promessa poi detta e ripetuta a ogni anniversario: mai più. Nacque come antidoto al nazionalismo, matrice autentica di fascismo e nazismo, e come strumento di prevenzione delle guerre, male atavico del continente.

E allora guardi la chiesetta di Sant’Anna, calpesti il selciato della piazzetta in cui furono ammassati e bruciati decine di corpi, pensi al terreno che nei mesi seguenti ribolliva per i cadaveri in fermentazione e ti domandi quale sia il messaggio trasmesso da luoghi come questo. È un messaggio di pace, certamente, e lo si legge in ogni riga, in ogni simbolo, in ogni traccia lasciata da chi sale fin quassù a rinfrescare il proprio senso della storia e della memoria. Ma che significa ancora questa parola, la parole pace, in un continente nuovamente in guerra? Il seme angoscioso del dubbio rode oggigiorno tutte le coscienze. Gino Strada, un italiano che la guerra l’ha incontrata, attraversata e raccontata come pochi altri, diceva d’essere contro la guerra, più che genericamente per la pace.

Salire a Sant’Anna di Stazzema, o visitare Monchio, Civitella in Val di Chiana, Bardine, Vinca, Vallucciole o Ronchidoso o un altro dei tanti e tanti puntini che coprono col colore del sangue la mappa delle stragi compiute nella primavera, nell’estate e nell’autunno del ‘44; andare sui luoghi della guerra è quindi un atto di coraggio e di onestà con sé stessi, perché fa capire che stiamo tradendo le promesse migliori del nostro tempo e forse anche la memoria di chi ha sperimentato, perdendo la vita, il senso profondo della guerra, di ogni guerra. Sono passati quasi ottant’anni e non c’è pace a Sant’Anna e tanto meno in quell’Europa che pure avrebbe in luoghi come questo le sue radici più vere e più profonde.

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