Irriconoscibile Claudio Santamaria (47 anni) coperto di pelo in Freaks Out. , biondissimo Pietro Castellitto (29):. una scena del film
Irriconoscibile Claudio Santamaria (47 anni) coperto di pelo in Freaks Out. , biondissimo Pietro Castellitto (29):. una scena del film
di Giovanni Bogani Era il film italiano più atteso, quello dalla lavorazione più travagliata, il più costoso, il più “rimandato“ nell’uscita – con mille semafori rossi, dovuti alla pandemia. Freaks Out di Gabriele Mainetti, presentato ieri in concorso alla Mostra del cinema di Venezia, è il film dell’"o la va o la spacca". Se funziona, il cinema italiano decolla. Se non si dovesse staccare da terra, sarà difficile immaginare uno sforzo produttivo altrettanto grandioso. Freaks Out è un film di supereroi umanissimi, o di uomini veri, sgualciti, feriti, in difficoltà, ma con dei superpoteri. Il tutto ambientato nel 1943, a Roma, nell’anno più tragico e feroce della guerra sul territorio italiano. Reinventa la storia come faceva Bastardi...

di Giovanni Bogani

Era il film italiano più atteso, quello dalla lavorazione più travagliata, il più costoso, il più “rimandato“ nell’uscita – con mille semafori rossi, dovuti alla pandemia. Freaks Out di Gabriele Mainetti, presentato ieri in concorso alla Mostra del cinema di Venezia, è il film dell’"o la va o la spacca". Se funziona, il cinema italiano decolla. Se non si dovesse staccare da terra, sarà difficile immaginare uno sforzo produttivo altrettanto grandioso. Freaks Out è un film di supereroi umanissimi, o di uomini veri, sgualciti, feriti, in difficoltà, ma con dei superpoteri. Il tutto ambientato nel 1943, a Roma, nell’anno più tragico e feroce della guerra sul territorio italiano. Reinventa la storia come faceva Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino, ma ha dentro di sé anche echi del cinema di Federico Fellini – i protagonisti sono fenomeni da circo, e il circo ha il languore e il caos dei circhi felliniani – così come del cinema neorealista italiano.

Insomma, c’è un po’ di Chaplin, un po’ di Fellini, un po’ del Mago di Oz e un po’ dei supereroi dei cinecomics. Tutto mescolato insieme. Ad interpretare i quattro supereroi – da un altro punto di vista, scherzi della natura – sono Claudio Santamaria, Pietro Castellitto, Giancarlo Martini e Aurora Giovinazzo; il capocomico ebreo è interpretato da Giorgio Tirabassi.

Mainetti – grazie anche alla sceneggiatura scritta con Nicola Guaglianone – riesce a dare profondità ai suoi personaggi. Non sono pupazzi, non sono giocattoli meccanici con i superpoteri: quando cadono si fanno male, soffrono, ciascuno di loro ha una storia, un passato, un dolore. Se il pubblico si entusiasmerà, come per Lo chiamavano Jeeg Robot, il primo film di Gabriele Mainetti, lo sapremo il prossimo 28 ottobre, quando il film - prodotto da Andrea Occhipinti per Lucky Red, e dallo stesso Mainetti, insieme a Raicinema - uscirà nelle sale.

"Più che il mondo della Marvel, i miei punti di riferimento sono Spielberg e Sergio Leone - dice il regista - . Volevo fare un film spettacolare, ma con dei personaggi che avessero un loro spessore". Accanto a lui, Claudio Santamaria.

Santamaria, in Freaks Out lei è ricoperto da un manto di peli: quanto è stato difficile interpretare questo personaggio?

"Una delle cose difficili è stato truccarsi, ogni mattina, per 4 ore e 40 minuti. Ho letto molto, in quelle ore: mi sono fatto una grande cultura! E poi, finite le riprese, un’altra ora per togliersi il trucco, i peli che mi ricoprono tutto, tranne gli occhi".

C’era poi da lavorare sulla interiorità del personaggio…

"Sì: ho immaginato un ragazzo discriminato, un ‘diverso’, a causa di questo aspetto mostruoso. Ho immaginato che il primo a discriminarlo fosse suo padre. Ho cercato di ricordare tutte le volte che mi sono sentito discriminato: ho costruito un passato che mi brucia nel petto, un dolore tremendo. Mi piaceva che, così come quello di Lo chiamavano Jeeg Robot, il mio personaggio avesse un aspetto umano molto forte".

Come definirebbe questi quattro supereroi fragili?

"Più tosti e più simpatici dell’Armata Brancaleone, ma come loro degli irresistibili ‘diversi’".

Al regista viene voglia di chiedere se, come per i franchising americani, c’è l’ipotesi di un secondo episodio.

Mainetti, ci sarà un sequel?

"L’abbiamo anche pensata, questa cosa, ma non vogliamo creare un ‘cinematic universe’. È vero che il film offre spunti di sviluppo per i personaggi. Ma intanto pensiamo a come verrà accolto questo".

Ha avuto paura di non riuscire a finire, produttivamente, il film? Quanto è costato?

"È costato circa 14 milioni di euro, che per gli standard del cinema italiano sono tanti. C’è stato bisogno di molta tenacia, di molta ‘tigna’ produttiva, e di partner molto forti e generosi".