Tony Dallara
Tony Dallara
"Il punto d’incontro era la Galleria del Corso a mezzogiorno. Lì c’erano le case discografiche e arrivavano i proprietari dei locali: ’vieni a cantare da me, domenica sei libero?’ Io chiedevo: 'la paga?' La risposta era sempre la stessa: 'danè ghe n’è minga', ma spaghetti col pomodoro quanti ne vuoi’. È la storia della mia vita: ho visto pochi quattrini, molti meno di quelli che ho fatto guadagnare agli altri". Tony Dallara, milanese di Campobasso, classe 1936, è storia e leggenda della musica leggera italiana. Aveva 22 anni quando ha fatto la rivoluzione: Come prima, la sua canzone, ha sfidato i canoni della melodia tradizionale imponendo lo stile terzinato. Potenza vocale, tonalità altissime. E singhiozzo. Ovvero il testo spezzato in sillabe con una sequenza di note uguali ripetute: un-due-tre, un-due-tre. Fu il boom? "Un trionfo: 300mila copie vendute in un amen. Come andare sulla Luna o essere travolti da un meteorite. E pensare che è successo per caso". Per caso? "Famiglia povera, venivamo dal Molise. Mio padre Battista era un operaio con la passione della lirica: diventò corista alla Scala. Mamma Lucia faceva la governante per gente benestante e cantava canzoni napoletane in cucina. Noi cinque fratelli...

"Il punto d’incontro era la Galleria del Corso a mezzogiorno. Lì c’erano le case discografiche e arrivavano i proprietari dei locali: ’vieni a cantare da me, domenica sei libero?’ Io chiedevo: 'la paga?' La risposta era sempre la stessa: 'danè ghe n’è minga', ma spaghetti col pomodoro quanti ne vuoi’. È la storia della mia vita: ho visto pochi quattrini, molti meno di quelli che ho fatto guadagnare agli altri". Tony Dallara, milanese di Campobasso, classe 1936, è storia e leggenda della musica leggera italiana. Aveva 22 anni quando ha fatto la rivoluzione: Come prima, la sua canzone, ha sfidato i canoni della melodia tradizionale imponendo lo stile terzinato. Potenza vocale, tonalità altissime. E singhiozzo. Ovvero il testo spezzato in sillabe con una sequenza di note uguali ripetute: un-due-tre, un-due-tre.

Fu il boom?

"Un trionfo: 300mila copie vendute in un amen. Come andare sulla Luna o essere travolti da un meteorite. E pensare che è successo per caso".

Per caso?

"Famiglia povera, venivamo dal Molise. Mio padre Battista era un operaio con la passione della lirica: diventò corista alla Scala. Mamma Lucia faceva la governante per gente benestante e cantava canzoni napoletane in cucina. Noi cinque fratelli ci arrangiavamo per tirar su la lira. Ho fatto il fabbro, il benzinaio, il barista, il cameriere. E il fattorino alla Music di Walter Gurtler, che aveva lanciato i Platters da noi".

Eccoci.

"Non ancora. Noi stavamo in via Turati, zona di Porta Ticinese. Frequentavo l’oratorio e cantavo nel coro della parrocchia di Santa Maria di Caravaggio. Finché don Cesare mi prese per l’orecchio spingendomi sull’altare da solo con l’organista: ho attaccato senza conoscere la musica".

Dopo quella prima volta?

"Entrai nel gruppo dei Rocky Mountains: repertorio country scopiazzato dagli americani. Abbiamo cambiato nome e siamo diventati i Campioni. La domenica pomeriggio ci chiamavano in provincia: film a mezzogiorno mangiando un panino al cinema, poi lo show. E gli spettacoli al mitico Santa Tecla, club da cui sono usciti i più grandi negli anni ‘50 e ‘60. Il nostro rock era roba seria, oggi con due mossette sei un divo".

Com’era Milano?

"Tempi duri. Però belli: giravamo in tram, si parlava il dialetto e ci conoscevamo tutti. Nella casa di fronte abitava il tenorissimo Giuseppe Di Stefano. Lo incrocio per strada e mi fa: ’ti sento dalla finestra, devi cantare l’opera con quella voce’".

Voleva diventare qualcuno?

"Neppure ci pensavo. Ero un ragazzotto, la musica solo un divertimento. Un giorno si affacciò un tale: ’vi faccio fare un disco’. Ci ritrovammo in sala d’incisione senza sapere perché".

Fu la svolta?

"Il destino. Serviva un pezzo, alla Music c’era un tavolo enorme pieno di spartiti. Ne ho pescato uno: ’faccio questo’. Si intitolava Come prima".

Che cosa accadde quando uscì nel 1958?

"Uno choc, il brano sfondò nelle hit europee. Vinse il Disco d’oro. Diventò un film con Mario Lanza e Zsa Zsa Gabor incassando quasi due milioni di dollari. E lo incisero i Platters, la band di Only you e del mio idolo Tony Williams".

Com’era il profumo della notorietà?

"Navigavo sulle nuvole, un sogno. Ogni mio 45 giri scalava le classifiche: sette contemporaneamente fra i primi dieci nel ‘59. Ti dirò, Brivido blu, Ghiaccio bollente, Non partir, La novia le ascoltavi ovunque".

Sanremo?

"Ho vinto il Festival con Romantica nel ‘60 assieme a Rascel. Non sembrava la stessa canzone, stili totalmente diversi. Per farla a modo mio mi sono messo d’accordo in segreto con il batterista: il maestro Cinico Angelini dirigeva in maniera tradizionale, io volevo ritmo e velocità".

Così è diventato il numero uno?

"Il primo urlatore. L’innovatore, il leader dei teddy boy, quello del juke-box opposto alla vecchia generazione di Claudio Villa, la Pizzi, Tajoli, Togliani, Consolini".

Caposcuola dei ribelli?

"Celentano e Gaber sono cresciuti con me. Si presentavano la sera al Santa Tecla: ’Tony, fammi cantare’. E salivano sul palco. Mina arrivava da Cremona accompagnata dalla madre, era bella già allora".

Belle donne accanto non le sono mai mancate.

"Solo artisticamente. Patrizia è mia moglie da mezzo secolo, mi ha dato due figlie splendide. Però sì, ho incontrato due veri sex symbol".

Quali?

"Marilyn. Ero in tournée a New York, ci siamo stretti la mano nell’hotel. Piccola, avvolta in un foulard, la pelle bianchissima: sono ammutolito. Profumava di donna".

E l’altra?

"Jane Russell, l’icona hollywoodiana de Il mio corpo ti scalderà. Abbiamo fatto una serie di concerti in Italia, il pubblico impazziva. Al veglione di Capodanno della Bussola urlavano: nu-da, nu-da".

Grandi personaggi maschili?

"Ho cantato alla Carnegie Hall. C’era da tremare, ma io sono istintivo e incosciente. Il mio repertorio piaceva agli italo-americani che volevano ‘O sole mio. Alla fine li accontentavo, sono terrone anch’io. In camerino è spuntato Dean Martin: ’bravo paisà’, si è congratulato. E in una trasmissione tivù ho conosciuto Perry Como. Mi guarda e dice: ’uè, ma tu sì ‘nu sacco famoso’. Lui a me, te capì".

Ma la musica non è stato l’unico amore.

"In realtà volevo fare il pittore. Sono un astrattista, affascinato dai buchi neri. Guttuso, Crippa e Migneco mi incoraggiavano a esporre. Ho visto Lucio Fontana squarciare le tele nel suo atelier. Sono stato amico di Buzzati, uomo di poche parole che accompagnavo a sciare a Cervinia. Tutto da autodidatta: non potevo permettermi i corsi di Brera".

Un rimpianto?

"La canzone scritta per me dal grande Totò. Me la fece sentire nella sua villa romana, al piano il maestro Pregadio. Non voleva che lo chiamassi principe. Il provino fu bocciato dalla giuria di Sanremo presieduta da Vittorio De Sica e non se ne fece niente. Il brano è andato perso".

Una delusione?

"Ho avuto un successo strepitoso durato poco. I discografici hanno cavalcato la musica beat dimenticandosi di me, salvo le serate revival. Peccato. Come prima è usata negli spot televisivi ma pochi sanno che è la mia canzone. Sono stato ingenuo, con un manager alle spalle avrei guadagnato cento volte di più. E sarei ancora sul palco. Però voglio dire una cosa: non me ne frega niente. La mia vita è stata bellissima".