Francesco Motta, 32 anni, con la compagna, Carolina Crescentini, 38 anni (Ansa)
Francesco Motta, 32 anni, con la compagna, Carolina Crescentini, 38 anni (Ansa)

Milano, 22 gennaio 2019 - Una delle prime canzoni che ha suonato in pubblico è stata Mondo in mi 7 a di Celentano. «Mi trovavo per strada a Dublino e avevo diciassette anni» ricorda Francesco Motta nell’attesa d’imbarcarsi nel suo primo Festival di Sanremo con Dov’è l’Italia . «Anche se nel mio pezzo racconto un paese disorientato, smarrito, mi piacerebbe vederlo ballare alla gente. La prima volta che l’ho suonato alla mia ragazza s’è molto emozionata» spiega il cantautore nato a Pisa e cresciuto a Livorno, 32 anni, col pensiero alla fidanzata-attrice Carolina Crescentini. «In fondo, abbiamo lo stesso sguardo sul mondo». Targa Tenco 2018 per l’ultimo album Vivere o morire , Motta è uno degli autori in gara quest’anno chiamati a fare la differenza.

Pronto per il Festival?

«A volte mi domando chi me l’ha fatto fare di dire sì a Sanremo. E la risposta è: nessuno. Tutta farina del mio sacco. Ma ora sono in ballo e mi tocca ballare. Sento molto la responsabilità di affrontare quel palco e di farlo con una canzone così».

Quali sono i brani delle passate edizioni che l’hanno segnata?

«Quelle che mi ricordo sono tutte canzoni che non hanno vinto, a cominciare da Gli uomini non cambiano di Mia Martini. E la cosa finisce col rilassarmi».

Com’è nata “Dov’è l’Italia”?

«Ho iniziato a scriverla a giugno e l’ho finita a novembre, con ritocchi praticamente giornalieri. Ho perso il conto di quante volte l’ho incisa e reincisa. Ogni giorno, infatti, mi sveglio con l’idea di cambiare lavoro, poi, però, faccio pace con me stesso con la musica. Dov’è l’Italia è come se fosse nata da un fuoco che con la mia chitarra mi sono trovato poi solo a dover circoscrivere».

Dove ha trovato i fiammiferi per appiccare l’incendio?

«Dopo un viaggio che da New York mi ha portato a Livorno, poi a Lampedusa e in Sardegna. Ho capito che, al contrario di molti altri brani del passato, stavolta io non avrei dovuto essere il punto di partenza del pezzo, ma quello d’arrivo».

Cosa ne è venuto fuori?

«Uno sguardo disincantato e innamorato a questo paese malato, maleducato, privo di umanità, che sento però il bisogno di fare la mia parte. Non so dove stia andando, ma sento il bisogno di essere protagonista del mio tempo, di scendere in strada per viverlo con tutto me stesso, proiettandomi anche verso il futuro; voglio un figlio e lo voglio ora».

Carolina è avvertita?

«No, glielo sto dicendo in questo momento».

Sorpreso delle polemiche attorno alle parole di Baglioni sui migranti?

«No, erano parole umane e non politiche. Parole di buon senso».

Cosa ama maggiormente di questo paese?

«L’arte, in tutte le su forme. Ho sempre preferito Lucio Dalla ai Beatles perché penso che, pure nella canzone, siamo i più bravi. Ma questo vale pure nel cinema, nel teatro, nella pittura».

Cosa non sopporta, invece?

«Il chiudere gli occhi davanti alla grande bellezza che abbiamo davanti. Dimenticarci, per ignoranza o per calcolo, di quel che siamo stati e che siamo. Il constatare che, in certi atteggiamenti e in certe situazioni, un certo fascismo non è mai passato».

A chi dedica questa sua partecipazione sanremese?

«A tutti quelli che, come me, in quest’Italia vogliono esserci».