di Giovanni Serafini "Le piante raccolte al mattino con la rugiada, o di sera con l’umidità, o durante il giorno quando piove, non si conservano affatto. Bisogna scegliere il momento più caldo e asciutto della giornata che è, in estate, quello tra le undici del mattino e le cinque o le sei di sera. Quando avete raccolto i vostri campioni portateli a casa per sistemarli nell’erbario. A tal fine preparate un primo strato con due fogli di carta grigia, sui quali poggerete un foglio di carta bianca; su quest’ultimo collocate la vostra pianta con estrema cura affinché tutte le sue parti, soprattutto le foglie e i fiori, siano aperte e distese nella loro posizione naturale". Negli ultimi otto anni della sua vita tormentata, fra il 1771 e il 1778, il filosofo Jean-Jacques Rousseau trovò nello studio della botanica un’oasi di pace, un antidoto al male dell’esilio e delle persecuzioni. Ogni mattina usciva di casa con la...

di Giovanni Serafini

"Le piante raccolte al mattino con la rugiada, o di sera con l’umidità, o durante il giorno quando piove, non si conservano affatto. Bisogna scegliere il momento più caldo e asciutto della giornata che è, in estate, quello tra le undici del mattino e le cinque o le sei di sera. Quando avete raccolto i vostri campioni portateli a casa per sistemarli nell’erbario. A tal fine preparate un primo strato con due fogli di carta grigia, sui quali poggerete un foglio di carta bianca; su quest’ultimo collocate la vostra pianta con estrema cura affinché tutte le sue parti, soprattutto le foglie e i fiori, siano aperte e distese nella loro posizione naturale". Negli ultimi otto anni della sua vita tormentata, fra il 1771 e il 1778, il filosofo Jean-Jacques Rousseau trovò nello studio della botanica un’oasi di pace, un antidoto al male dell’esilio e delle persecuzioni. Ogni mattina usciva di casa con la lente d’ingrandimento; per lunghe ore osservava, catalogava, confrontava le piante e i fiori.

La contemplazione dell’armonia della natura era per lui una medicina per l’anima: "Ho chiuso tutti i libri. Ce n’è uno solo, aperto agli occhi di tutti, ed è quello della natura. È in questo grande e sublime libro ch’io imparo a servire e adorare il suo divino Autore", aveva scritto nell’Emile, il libro condannato dal Parlamento di Parigi e messo all’indice dalla Chiesa.

Una sua opera del 1776 pubblicata adesso da Piano B Edizioni, Brevi lezioni di botanica, ci fa conoscere questo aspetto singolare del pensatore che influenzò la Rivoluzione francese con il Contratto sociale e teorizzò il principio della democrazia diretta caro al movimento politico che ha dato il suo nome alla piattaforma Casaleggio. Si tratta di otto lettere sulla botanica scritte per un’amica, Madame Delessert, che voleva iniziare alla conoscenza delle piante sua figlia Madelon, di 5 anni.

Arricchito da 65 tavole a colori con disegni floreali di J.P. Redouté e da un ricco dizionario di botanica, il libro fu pubblicato in Francia nel 1822, quasi mezzo secolo dopo la morte dell’autore. "La sua idea di divertire la vivacità di sua figlia esercitandola all’osservazione di oggetti gradevoli e vari come le piante mi pare eccellente", scrisse Rousseau a Madame Delessert.

Le lettere offrono descrizioni di una precisione scientifica quasi maniacale, ma al tempo stesso piene di entusiasmo e stupori infantili: "Esaminate i giacinti, i tulipani, i mughetti. Provate a tirare dolcemente un petalo dal basso: sono sicuro che quando si staccherà non potrete fare a meno di lanciare un grido di sorpresa e ammirazione".

Parla l’uomo di scienza ma anche il filosofo che ha inventato il mito del “buon selvaggio“, il “romantico“ ante litteram convinto che l’uomo nasca puro nel grande equilibrio della natura e venga poi contaminato dalla società strutturata e dal progresso. "La terra ci offre nell’armonia dei suoi tre regni uno spettacolo pieno di vita, d’interesse, d’incanto", scrive nelle Fantasticherie di un passeggiatore solitari". E ancora: "La natura non ci inganna mai, siamo noi che ci inganniamo da soli". Tutto il contrario di quel che scriverà Leopardi qualche decennio più tardi sulla “natura matrigna“...

Fondatore dell’antropologia moderna (come affermò Lévi-Strauss) e dell’ecologismo, sostenne che la botanica andava studiata a contatto diretto con il mondo vegetale, e non sui libri; e che per incontrare la natura bisognava recarsi nelle foreste, non nei giardini. Ma l’uomo civilizzato - commentò amaramente - non sa leggere nel libro aperto della natura, non sa contemplare, non sa abbandonarsi alle fantasticherie e al sogno.

La sua fu una vita tormentata. Dopo un’infanzia infelice (sua madre mori 9 giorni dopo il parto) e una giovinezza difficile, ottenne il successo a 49 anni con Julie ou la nouvelle Héloise (1761), ma l’anno successivo la pubblicazione del Contratto sociale e dell’Emile gli costò durissime condanne. Le copie dei suoi libri vennero bruciate, la sua casa venne attaccata dalla folla, un libello offensivo di Voltaire, di cui pure era stato amico, lo convinse che l’unica via d’uscita fosse la fuga.

Venne l’esilio, 15 anni di peregrinazioni tra la Svizzera e Francia, Inghilterra e Germania, in compagnia di Thérèse Le Vasseur, la giovane lavandaia che fu la sua serva e la sua amante e gli diede 5 figli, tutti affidati all’assistenza pubblica. Rousseau morì di un ictus cerebrale il 2 luglio 1778 a Ermenonville (50 chilometri da Parigi), al ritorno da una passeggiata nel bosco. Le sue spoglie, ironia della sorte, sono custodite al Pantheon di fronte a quelle di Voltaire, il suo accusatore.