di Giuseppe Tassi

L’auto corre verso due mete che sono altrettante utopie, almeno al momento: emissioni zero e zero morti sulle strade.

Il primo traguardo, che molti fissano illusoriamente al 2030, prevede un parco auto interamente elettrico (o a idrogeno). Il secondo vetture che si guidano da sole, capaci di evitare collisioni e incidenti grazie al cablaggio di intere città e alla connessione fra i veicoli in marcia.

Abituati a tecnologie che fanno passi da gigante, ci illudiamo che il doppio traguardo sia dientro l’angolo. E invece la mancanza di una rete di infrastrutture per la ricarica e i laccioli giuridici per definire le responsabilità in caso di incidente, frenano l’una e l’altra corsa verso il domani.

Nell’intervista che pubblichiamo a pagina 3 di questo inserto Gian Primo Quagliano offre la sua interpretazione del futuro che ci aspetta. E scardina i vincoli temporali di una rivoluzione tecnologica che non potrà compiersi nell’arco di questo decennio.

La corsa verso l’elettrico transiterà lungo una terra di mezzo dove ibrido, oltre a motori benzina e diesel a basse emissioni, saranno ancora un punto di riferimento irrinunciabile, una bussola verso il futuro.

Nel frattempo il mondo dell’automotive e i politici dovranno dare compimento a una vera rivoluzione epocale. Che non è fatta solo di auto a impatto zero, ma anche di energia pulita, di fabbriche a tecnologie sostenibili, di incentivi per aiutare in modo concreto (installazioni di wall box, e vantaggi fiscali) gli automobilisti che sceglieranno la via dell’elettrico. Solo a quel punto la rivoluzione verde potrà dirsi compiuta.