I fattori psicologici sono decisivi quando bisogna battere un calcio di rigore
I fattori psicologici sono decisivi quando bisogna battere un calcio di rigore

Se segnare un calcio di rigore fosse esclusivamente una questione di abilità tecnica, certi errori sarebbero inspiegabili. Come quello di Roberto Baggio nella finale dei Mondiali del 1994, o come quelli di Messi, che nella sua carriera ha mancato il bersaglio il 21% delle volte. Giocatori formidabili, dotati di un controllo sulla palla pressoché assoluto, eppure anche per loro la gigantesca pressione di un momento così decisivo può diventare insostenibile e finiscono per bloccarsi. I fattori psicologici contano tanto quanto la tecnica, se non di più, ma cosa succede esattamente nel cervello di un atleta quando si trova sul dischetto? Per la prima volta, l'Università di Twente è andata a spiare l'attività cerebrale dei calciatori alle prese con un calcio di rigore, direttamente sul campo.
 

Quindici rigori con pressione crescente

Gli studiosi hanno arruolato ventidue volontari di vari livelli di abilità e hanno misurato la loro attività cerebrale grazie alla spettroscopia funzionale nel vicino infrarosso (FNIRS), una tecnica non invasiva che richiede solo di indossare una apposita cuffia dotata di sensori, lasciando così libertà di movimento. I volontari dovevano provare a segnare quindici rigori in tre scenari caratterizzati da una pressione crescente: a porta vuota, contro un portiere accomodante, oppure affrontando un portiere competitivo e "ostile" con in palio un premio per la riuscita.
 

La neuroscienza del calcio di rigore

"Abbiamo osservato che nei giocatori che riuscivano a segnare nonostante la pressione si attivavano aree del cervello associate all'esecuzione di compiti, come ad esempio la corteccia motoria", spiega uno degli autori, Nattapong Thammasan; "Il che appare logico, dato che il movimento è uno degli elementi più importanti quando si tira un calcio di rigore". Al contrario, nei giocatori che soffrivano di più l'ansia e mancavano il bersaglio si accendeva maggiormente la corteccia prefrontale, una regione che non è coinvolta nell'esecuzione di compiti e che è invece collegata "al pensiero a lungo termine: ciò suggerisce che questi giocatori stavano pensando alle conseguenze di sbagliare il tiro, un fattore che ha compromesso la loro prestazione".

Meglio quindi che stiano alla larga dal dischetto lasciando il compito ad altri? In realtà gli studiosi sono convinti che i giocatori "scarsi" possano migliorare la percentuale di gol segnati proprio grazie alla FNIRS. Sapendo quali meccanismi controproducenti si innescano nel loro cervello, possono allenarsi ad attivare le regioni del cervello più utili quando si trovano sotto pressione.

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Frontiers in Computer Science.