Giovedì 18 Luglio 2024
ROBERTO BRUNELLI
Magazine

Reitz, l’identità (im)possibile della Germania

La Milanesiana rende omaggio al grande regista tedesco che con “Heimat“ ha creato una patria per i tedeschi del dopo Olocausto e del dopo Muro

Reitz, l’identità (im)possibile della Germania

Reitz, l’identità (im)possibile della Germania

In Germania la parola “patria” è stata per moltissimi anni – e per quasi tutti – un tabù, dopo l’Olocausto: lo è stata finché non è arrivato il cinema di Edgar Reitz, l’esploratore d’immagini alla costante ricerca di una patria dello spirito, finché non è arrivata nelle sale e nei cinema la sua opera-monstre Heimat, autobiografia cinematografica d’un paese così diversa da tutto quello che avevamo visto arrivare dalla nazione che aveva conosciuto Goethe e Beethoven, ma anche Hitler e le SS, il Checkpoint Charlie e la Stasi della Ddr.

Il termine Heimat, in tedesco, vuol proprio dire “patria”, e nessuna opera filmica ha cambiato così profondamente e così dolorosamente la natura di una parola. Anche per questo molti considerano il regista venuto dalla profonda provincia renana, 91 anni, l’ultimo vero gigante del cinema tedesco, domani e domenica viene onorato alla Milanesiana, dove non solo sarà proiettato il “director’s cut” di Heimat, ma dove parleranno di e con Reitz nientemeno che Claudio Magris e Gian Luigi Beccaria, poi il cineasta Leone d’Oro 2011 Aleksandr Sokurov, il critico cinematografico Paolo Mereghetti e Aliona Shumakova.

Ecco, è questo il punto: non solo Edgar Reitz è il cineasta che più di ogni altro ha sfidato il concetto di tempo della narrazione per immagini (realizzati dal 1984 al 2004 i suoi tre cicli Heimat, Heimat 2 e Heimat 3 superano tutti insieme le 50 ore di cinema, alle quali bisogna aggiungere come minimo L’altra Heimat – Cronaca di un sogno, 2013), ma è anche quello che ha sfidato a cuore aperto il tema cruciale dell’essere tedeschi: l’impossibilità per la Germania d’esser chiamata “patria” dopo gli abissi del Terzo Reich, un cortocircuito poi reso ancora più paradossale dopo il Muro di Berlino e la divisione del paese.

È un viaggio a tratti visionario, sicuramente poetico, nell’identità tedesca il suo cinema: se Heimat 1 con quel suo bianconero quasi espressionista racconta la vita quotidiana – dalla fine del primo conflitto mondiale fino ai primi anni Ottanta – di una piccola comunità dell’Hunsrück (la regione in cui Reitz è nato), in Heimat 2 le avventure degli aspiranti artisti Hermann, Clarissa e amici sono la ricerca della “patria dell’anima” che può essere solo l’arte e certo non l’identità geografica, e Heimat 3 è il difficile nuovo inizio della Germania ancora in cerca del proprio posto al mondo dopo il crollo del Muro. Il tutto narrato con uno stile dominato dai sensi, in cui il bianconero si alterna al colore e viceversa.

"La paura del futuro è un’attitudine tipica dei tedeschi", ci raccontava il regista di anni fa. "Con il Muro sono stati gettati alle spalle anche i grandi concetti utopici e sono prevalsi il ripiegamento sul privato e la perdita delle illusioni: anche questa è la Germania oggi". Paradossi e ferite dell’anima che nelle immagini che Reitz ha costruito dentro il cuore palpitante della storia tedesca trovano una forza inedita: come quella che apre Heimat 3, con Hermann e Clarissa che fanno all’amore mentre migliaia e migliaia di persone attraversano incredule i varchi del Muro che cade, simbolo della divisione del mondo oltreché di una città e di un paese.

Il 9 novembre 1989 Reitz era lì, con la sua troupe, e già immaginava i suoi personaggi nudi e avvinghiati a letto mentre i berlinesi picconavano l’immensa cicatrice di pietra che aveva spaccato in due la Germania, il mondo e noi.