Andrea Martini Quanto Asghar Farhādi sia un fine narratore delle spirali infernali in cui può precipitare chi è preso di mira dalla sorte lo hanno dimostrato ’Una separazione’ e ’Il cliente’, entrambi premiati con l’Oscar. Dopo un deprecabile sconfinamento (’Tutti lo sanno’) il regista iraniano, attraverso una storia esemplare, torna a muoversi sul congeniale terreno di...

Andrea

Martini

Quanto Asghar Farhādi sia un fine narratore delle spirali infernali in cui può precipitare chi è preso di mira dalla sorte lo hanno dimostrato ’Una separazione’ e ’Il cliente’, entrambi premiati con l’Oscar.

Dopo un deprecabile sconfinamento (’Tutti lo sanno’) il regista iraniano, attraverso una storia esemplare, torna a muoversi sul congeniale terreno di conflitti, manifesti e invisibili, di ipocrisie e dissimulazioni che sono al centro della vita sociale del suo paese. Anche se questa volta a Teheran preferisce Shiraz megalopoli di provincia dove si conservano modi di vita tradizionali. Nel sorprendente ’Un eroe’ (primo credibile candidato alla Palma) il quarantenne Rahim, mesto di un sorriso ambiguo, dostoevskiano, in prigione a causa di un debito ottiene tre giorni di permesso da spendere per convincere il creditore a ritirare la denuncia.

La donna con cui ha una segreta relazione ha trovato una borsa con una somma ingente ed è pronta aiutarlo ma non può esporsi e quindi insieme a Rahim congegna un piano. Sarà lui a fare credere di avere trovato la borsa: metterà un avviso, fingerà con una complice di averla restituita alla legittima proprietaria e con il denaro potrà placare il creditore. Il gesto non passa inosservato, Rahim diventa l’eroe del giorno, la direzione della prigione se ne avvantaggia e, a causa del nobile gesto, sbuca persino la promessa di un impiego. Un piccolo incidente si frappone e i media fanno correre delle voci. Per evitare il danno occorrerà un altro castello di bugie e così via in un vortice diabolico.

Tutti mentono, dissimulano, ingannano, hanno un obiettivo segreto, una strategia che li avvantaggi. Poveri diavoli, istituzioni, autorità. Il cinema di Farhādi non intrattiene, accende l’immaginazione dello spettatore. Gli incastri precisi, i dialoghi perfetti sono il frutto di un lavoro silenzioso dall’effetto smagliante. L’appuntamento è per sabato sera.