di Andrea Cionci C’è stato un tempo in cui la bandiera italiana veniva portata, a prezzo di inauditi sforzi e sofferenze, nei luoghi più sconosciuti e inospitali della terra. Due anni fa è ricomparso, sepolto nel Museo dell’Arte Sanitaria di Roma, il Tricolore della spedizione Stella Polare che venne issato, appena 381 chilometri prima del Polo Nord, da Luigi Amedeo di Savoia-Aosta, nel 1900. II 19 maggio 1971, esattamente 50 anni fa, la missione del duca degli Abruzzi venne portata a termine dal conte Guido Monzino, uno di quegli italiani dimenticati dal grande pubblico, forse perché il suo temperamento schivo e signorile gli evitò quei pettegolezzi che tanta parte hanno nel perpetuare la memoria dei grandi. Un...

di Andrea Cionci

C’è stato un tempo in cui la bandiera italiana veniva portata, a prezzo di inauditi sforzi e sofferenze, nei luoghi più sconosciuti e inospitali della terra. Due anni fa è ricomparso, sepolto nel Museo dell’Arte Sanitaria di Roma, il Tricolore della spedizione Stella Polare che venne issato, appena 381 chilometri prima del Polo Nord, da Luigi Amedeo di Savoia-Aosta, nel 1900. II 19 maggio 1971, esattamente 50 anni fa, la missione del duca degli Abruzzi venne portata a termine dal conte Guido Monzino, uno di quegli italiani dimenticati dal grande pubblico, forse perché il suo temperamento schivo e signorile gli evitò quei pettegolezzi che tanta parte hanno nel perpetuare la memoria dei grandi.

Un suo “difetto” era sicuramente l’amor patrio: quando alla Rai dichiarò che aveva voluto completare la missione del duca per portare il Tricolore al polo Nord, la tv di Stato giudicò il messaggio “troppo politico” e censurò il filmato.

Nonostante il progresso tecnologico che lo distanziava dalla missione dell’Aosta, anche Monzino utilizzò equipaggiamento esquimese e cani da slitta fidandosi di quanto affermava il suo augusto predecessore: "Quelle bestie hanno mostrato quanto valevano e d’essere il solo e vero elemento d’aiuto all’uomo in una spedizione sui ghiacci". Le slitte erano di un legno canadese, lo hickory, flessibile e leggero, ma era una fatica ugualmente disumana trascinarle su distese glaciali così irregolari.

Ecco cosa confidò l’esploratore a Paolo VI, in udienza: "Il ricordo di quel Tricolore e di quella Croce, simboli indelebili di una civiltà contrastata, ma sempre vittoriosa, deposti sul vertice del mondo, è la gioia più grande che riscatta ogni sofferenza, ripaga ogni rischio per diventare in questo momento invito per nuovi orizzonti".

Oltre all’ammirazione del Santo Padre, Monzino si guadagnò anche la gratitudine del re Umberto II che, nonostante l’esilio, aveva conservato la fons honorum (il diritto di insignire altre persone di titoli nobiliari) e lo nominò conte. Il suo stemma fu evocativo: un cervo sulla cima di un monte, baciato dal sole, e il motto gradatim conscenditur ad alta, “poco a poco si conquistano le altezze”.

Monzino era infatti nato borghese, sebbene figlio del fondatore della Standa e quindi di famiglia facoltosa. Giovanissimo divenne direttore della società dimostrando eccellenti doti umane e di organizzatore meticoloso. Queste qualità sarebbero state messe a frutto allo sbocciare della sua passione per la montagna che avvenne per caso, nei primi anni Cinquanta, quando accettò la scommessa di scalare il Cervino, senza preparazione alcuna, insieme ad Achille Compagnoni reduce dal K2.

Il gusto della sfida gli entrò nel sangue: dall’Himalaya all’Africa, dalla Groenlandia alle Ande, organizzò le sue 21 spedizioni con puntigliosa attenzione.

Ce ne offre un ricordo diretto, oggi, un altro grande viaggiatore, il duca Amedeo d’Aosta: "Molti anni fa, mi voleva coinvolgere in una sua spedizione. Mi sarebbe piaciuto moltissimo, ma poi la cosa non si concretizzò. Era un uomo volitivo, ma umile. Mi disse che “a quelle vette o latitudini si arriva o con il fisico di un forte montanaro, o con la grinta di un industriale“. Lui assommava entrambe le qualità".

Nel 1960, Monzino acquistò il suo buen retiro sul Lago di Como, la Villa del Balbianello, un gioiello settecentesco che poi lasciò al FAI e che conserva ancora i suoi cimeli, tra cui una delle slitte del Polo e le pellicce inuit.

Il conte morì appena sessantenne, nel 1988 e riposa ancora nella sua villa, sepolto in un luogo che non poteva essergli più congeniale: l’antico deposito della neve.